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FINANZA & MEDIA/ Rcs e dintorni: tutti assenti al tavolo di una crisi sistemica

Pubblicazione:sabato 14 novembre 2015

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Rcs torna in apnea finanziaria e crolla in Borsa ai nuovi minimi. Il consiglio d'amministrazione presieduto da Maurizio Costa (che guida anche la Fieg) ha riconvocato l'assemblea per rinnovare una delega per un aumento di capitale da 200 milioni. Le banche creditrici (e Intesa Sanpaolo è anche azionista storica del Corriere della Sera) non giudicano stabilizzata l'azienda neppure dopo la cessione della divisione Libri a Mondadori. La perdita a nove mesi è ancora pesante e il nuovo chief executive, Laura Cioli, ha promesso una revisione del masterplan solo a Natale. Troppo poco perché le banche - messe esse stesse sotto pressione da mercati e regole Bce - possano permettersi di concedere moratorie ad aziendam sui debiti. Tanto più che Rcs è gruppo noto per un turnover disinvolto di top management e strategie. Mentre gli azionisti (da Fiat a Mediobanca, da Intesa a Della Valle a Urbano Cairo) fanno tradizionalmente melina nel provvedere di capitali un gruppo troppo spesso incappato in incidenti di percorso: ultimo l'acquisizione del polo spagnolo "El Mundo".

Ma i conti al 30 settembre non hanno risparmiato altri big editoriali quotati. Due giorni prima di Rcs è toccato a Mediaset e a Il Sole 24 ore. Il Biscione ha sofferto in Borsa soprattutto la debolezza della raccolta pubblicitaria, ma anche le incertezze crescenti sullo sviluppo della scommessa sul calcio premium. Se il titolo resta relativamente apprezzato rispetto ai minimi di inizio anno è principalmente perché il mercato ritiene l'azienda-partito di Silvio Berlusconi una pedina sul tavolo di un probabile risiko della media-industry: soprattutto dopo il forcing di Vincent Bolloré su Telecom attraverso il 20% di Vivendi.

Il quotidiano controllato da Confindustria ha invece comunicato dati che condurranno prevedibilmente alla chiusura in rosso per il settimo esercizio consecutivo: nonostante il gruppo benefici da quattro anni di ammortizzatori pubblici e di categoria che riducono in misura sostanziale il costo del lavoro. Gli ammortizzatori sono stati concessi da Inps e Inpgi sulla base di accordi sindacali formalmente finalizzato a un'effettiva ristrutturazione del gruppo. Se il titolo, in questo caso, non è arretrato è stato per ragioni tecniche: il flottante è molto ridotto e il prezzo corrente è ormai virtualmente incomprimibile, a poco più di un decimo del valore di collocamento del 2006. I 300 milioni raccolti in Borsa in occasione della quotazione sono intanto stati consumati e con essi anche gli incassi di alcune dismissioni recenti: il consuntivo al 30 settembre segnala infatti proprio nel 2015 il passaggio a una posizione finanziaria netta negativa.

Costi pesanti e soprattutto rigidi; ricavi inariditi  talvolta non più realmente ricercati sul mercato; troppi debiti e pochi capitali; azionisti non industriali per strategie lente, incerte o addirittura sbagliate: aree critiche più o meno accentuate a seconda dei gruppi, ma alla fine non circoscrivibili a singoli casi aziendali. 


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