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MANOVRA 2015/ Imu e Tasi, il "conflitto" del Governo con la Costituzione

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Pier Carlo Padoan (Infophoto)  Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Ebbene, la l. n. 42/2009, di delega al Governo in materia di cosiddetto federalismo fiscale in attuazione dell'art. 119 Cost., contempla, tra i principi e criteri direttivi generali, l'esclusione "di interventi sulle basi imponibili e sulle aliquote dei tributi che non siano del proprio livello di governo; ove i predetti interventi siano effettuati dallo Stato sulle basi imponibili e sulle aliquote riguardanti i tributi degli enti locali [...] essi sono possibili, a parità di funzioni amministrative conferite, solo se prevedono la contestuale adozione di misure per la completa compensazione tramite modifica di aliquota o attribuzione di altri tributi e previa quantificazione finanziaria delle predette misure nella Conferenza di cui all'articolo 5", ossia la Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica, della quale fanno parte i rappresentanti dei diversi livelli istituzionali di governo.

A stretta regola, dunque, la disciplina statale dei tributi locali non soltanto dovrebbe essere vincolata alla corrispondenza con le funzioni degli enti, ma - sempre in forza dell'art. 119 Cost. - non dovrebbe poter sostituire il prelievo fiscale con altri mezzi di finanziamento. La serie convulsa di riforme succedutesi negli ultimi anni espone molti profili di incoerenza con l'autonomia locale di cui al cit. art. 119 sui quali non ci si può qui intrattenere, ma ben esemplati dalla trasformazione del Fondo sperimentale di riequilibrio, che, istituito in attesa della costituzione di quello perequativo alimentato dalla fiscalità generale, nel sistema della l. n. 42/2009 doveva essere sostenuto con il gettito di tributi erariali immobiliari: l'art. 1, co. 380, l. n. 228/2012 (legge di stabilità 2013) ha invece sostituito tale fondo con quello di solidarietà comunale, alimentato con una quota dell'imposta municipale propria di spettanza dei Comuni.

Ben a ragione il Servizio bilancio del Senato ha stigmatizzato tale sostituzione, rilevando le conseguenze che ne discendono in termini di rigidità della gestione rispetto a quanto accade con le entrate derivanti da tributi propri. Non può sfuggire, infatti, l'ispirazione "centripeta" di questo aspetto della manovra, criticato anche dalla Corte dei Conti, in sede di audizione parlamentare, affermando che "si viene così a sterilizzare la più importante leva fiscale a disposizione dei Comuni, riducendo il grado di autonomia impositiva delle Amministrazioni locali, con un impatto sul territorio che penalizzerebbe le realtà che meno avevano spinto sugli aumenti di aliquota". A ciò va aggiunto quanto sostenuto dalla Banca d'Italia nella stessa sede: "Il disegno di legge di stabilità prevede che le risorse a disposizione dei Comuni restino sostanzialmente invariate, aumentando l'entità dei trasferimenti statali; la ricomposizione delle fonti di finanziamento comunali, con l'aumento del peso dei trasferimenti e la riduzione di quello dei tributi propri, se non accompagnata da attente misure di controllo, comporta il rischio di creare incentivi ad accrescere la dinamica della spesa locale".



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