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MANOVRA 2015/ Imu e Tasi, il "conflitto" del Governo con la Costituzione

Pubblicazione:domenica 15 novembre 2015

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Sotto altro profilo, può lasciare non meno perplessi la scelta di incidere su un tributo la cui causa impositionis non consiste nel possesso di immobili, bensì nell'erogazione e corrispondente fruizione dei servizi comunali, rispetto alle quali il possesso o la detenzione qualificata di immobili svolgono la funzione di indice rivelatore (art. 1, co. 639, l. n. 147/2013). È in tale contesto che deve, allora, essere valutato il significato dell'estensione dell'esenzione e non già in quello della predicata eliminazione del prelievo fiscale sull'abitazione principale. Le due fattispecie non possono sovrapporsi.

E del resto, quando si riporti la questione nei suoi termini effettivi, diviene ancor più difficile darsi conto del perché il nostro legislatore non voglia far uso della discrezionalità di cui dispone, che gli consentirebbe, anche in applicazione dell'art. 53 Cost. e, dunque, della regola della progressività dei tributi in rapporto alla capacità contributiva, di deliberare norme impositive con una struttura più articolata e perciò capace di meglio e più fedelmente adattarsi sia allo scopo del tributo, sia alla condizione di chi vi è soggetto.

Nello stesso senso merita di essere segnalato che proprio l'attinenza della Tasi ai servizi comunali richiederebbe che le scelte a essa relative rientrassero pienamente nel circuito di responsabilità politico-amministrativa dell'Ente, a vantaggio, in primo ed essenziale luogo, dei cittadini.

Un'ultima notazione riguarda la disposizione della legge di stabilità (art. 4, co. 8) in forza della quale "per l'anno 2016 è attribuito ai comuni un contributo di complessivi 390 milioni di euro da ripartire, con decreto del Ministero dell'interno, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, da adottare entro il 28 febbraio 2016, in proporzione alle somme attribuite, ai sensi del decreto del Ministro dell'economia e delle finanze 6 novembre 2014, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 271 del 21 novembre 2014, adottato ai sensi dell'articolo 1, comma 731, della legge 27 dicembre 2013, n. 147. Le somme di cui al periodo precedente non sono considerate tra le entrate finali valide ai fini del vincolo del pareggio di bilancio di cui all'articolo 50. Le disponibilità in conto residui iscritte in bilancio per l'anno 2015, relative all'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 10, del decreto-legge 8 aprile 2013, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 giugno 2013, n. 64, e successive modificazioni, sono destinate, nel limite di 390 milioni di euro, al finanziamento del contributo di cui al presente comma, che entra in vigore il giorno stesso della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della presente legge. A tal fine le predette somme sono versate all'entrata del bilancio dello Stato nell'anno 2016".

Il Servizio bilancio del Senato ha portato a evidenza l'ambiguità dell'espressione "disponibilità in conto residui": se si trattasse, infatti, di residui cosiddetti "propri" si avrebbe che il suddetto contributo ai Comuni deriverebbe da somme sottratte alle finalità proprie del "Fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili", istituito dal d.l. n. 35/2013 per sovvenire, tra l'altro, gli Enti locali nel pagamento di propri debiti ormai scaduti.

Risulterebbe allora evidente il paradosso della scelta che, sotto le mentite spoglie di una misura di alleggerimento del carico fiscale, si convertirebbe quasi nel prelievo occulto consistente nel ritardo, a carico dei cittadini e spesso esiziale, dell'adempimento delle obbligazioni pecuniarie dell'Amministrazione.

E altrettanto evidente apparirebbe la contraddizione tra la funzione dichiarata della norma in questione (ossia l'introduzione di misure per la crescita) e i mezzi prescelti per provvedervi.



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