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RIPRESA?/ Quel 7% di Pil che può aiutare l'Italia

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La ripresa dell'economia europea, e, quindi, di quella italiana, richiede investimenti di lungo periodo. Lo si ripete da anni e lo si ribadirà ancora una volta, certamente, al Roma Investment Forum organizzato dalla Febaf (la federazione delle associazioni bancarie e assicurative). Il Forum si terrà l'11-12 dicembre e ci si attende la partecipazione delle maggiori banche di sviluppo o promozionali dei paesi del G-20.

La situazione è particolarmente grave in Italia, dove si è assistito a un vero e proprio tracollo dell'investimento a lungo termine sia pubblico che privato. La mano pubblica, che tradizionalmente è stata la protagonista nell'investimento in infrastrutture e di lungo periodo, ha ridotto drasticamente il proprio ruolo: la spesa in conto capitale dello Stato è scesa dal 3,5% negli anni Ottanta al 2,5% alla fine degli anni Novanta (quando si è contratta la spesa per investimenti più "facile" da ridurre di quella corrente) per essere ammessi nell'euro, a circa l'1-1,5% negli ultimi anni. I tentativi di dare vita a partnership pubblico-privato hanno destato speranze, ma non hanno avuto esiti di rilievo. Gli stessi investimenti privati hanno subito una forte caduta dall'inizio della crisi iniziata nel 2007-2008 e da cui solo si sta gradualmente uscendo. 

Un rilancio degli investimenti di lungo periodo avrebbe non solo l'effetto di irrobustire la fragile ripresa - i tassi di aumento del Pil sono stimati sull'1-1,4% l'anno per i prossimi anni (come ribadito dalle analisi Istat del 13 novembre) e suscettibili di una riduzione (se peggiora il quadro internazionale, specialmente nel Medio e nell'Estremo Oriente) -, ma soprattutto di incidere positivamente, aumentando il capitale fisso sociale, su quella produttività che in Italia ristagna da oltre dieci anni.

Le strade e la autostrade nel Bel Paese sono essenzialmente le stesse del 1980; nelle aree più sviluppate, la produttività è bloccata da gravi fenomeni di congestione. Le ferrovie possono sfoggiare a livello europeo unicamente l'alta velocità, ma il 30% circa della linea complessiva non è ancora elettrificato. Nonostante la posizione geografica strategica per il traffico merci e crocieristico, i porti italiani soffrono per la debolezza dei collegamenti di ultimo miglio di strade e ferrovie e il numero limitato di strutture con profondità adatte ad accogliere navi di grandi capacità. In vista dell'aumento dei traffici aerei, in circa cinque anni i principali aeroporti italiani potrebbero andare incontro a gravi fenomeni di congestione. Le geremiadi potrebbero continuare.



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