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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Le "strane combinazioni" sugli attentati di Parigi

Abu Bakr al Baghdadi, leader dell'Is (Infophoto)Abu Bakr al Baghdadi, leader dell'Is (Infophoto)

Ma veniamo alla chiave geopolitica possibile di questo attentato spaventoso. Stando a Debka File, contro la Siria, fin dal 2011, fu lanciata «una campagna per arruolare volontari islamici per combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco li alloggerà, li addestrerà e assicurerà il loro passaggio in Siria», l’articolo si intitolava “Nato to give rebels anti-tank weapons” ed è stato pubblicato il 14 agosto di quattro anni. E chi era al centro di questa operazione? Principalmente non gli Usa o l’Arabia Saudita, finanziatori dell’Isis per loro stessa ammissione, ma soprattutto la Turchia, la quale però è membro della Nato. E a cosa serve l’Isis, nato dalla costola più estrema di Al Qaeda? Agli interessi sauditi, ovvero riconquistare la Siria all’islamismo wahabita, salvo poi estendere il piano di conquista all’Iraq. Il ruolo della Turchia però è fondamentale: Ankara mantiene i suoi terroristi per creare una zona-cuscinetto in Siria, che intende poi inglobare allo Stato turco, una sorta di enclave ottomana.

L’interesse convergente dei governi occidentali, Usa e Gran Bretagna in testa, è invece quello di depotenziare l’influenza russa, arrivando a togliere alla flotta di Mosca la sua unica base nel Mediterraneo. E perché questo dovrebbe interessare alla Turchia? Ce lo mostra la mappa a fondo pagina: eliminare Assad per non dover deviare il gasdotto Qatar-Turchia, il quale dovrebbe porre fino alla dominazione russa sull’export energetico verso l’Europa.

Ancora a gennaio di quest’anno per Mosca la nuova tratta turca era prioritaria per ottenere l’obiettivo di bypassare il territorio ucraino, mentre adesso Gazprom punta tutto sul link diretto tra il Mar Baltico e la Germania, denominato Nord Stream­2, ovvero l’ampliamento della prima rotta. Certo, Putin corre qualche rischio puntando tutto su Nord Stream­2, perché ad esempio il progetto potrebbe incontrare l’opposizione dell’Ue, visto a metà ottobre il Commissario europeo all’Energia, Miguel Arias Canete, ha dichiarato che «questo collegamento rischia di concentrare l’80% delle importazioni di gas dal blocco russo su un’unica tratta», mentre le altre nazioni dell’Est hanno colto la sponda di Bruxelles per sottolineare i rischi che comporta bypassare l’Ucraina. Per tutta risposta, Gazprom ha fatto spallucce, sottolineando che i mercati chiave del programma Nord Stream­2 sono quelli che stanno facendo aumentare le vendite di gas russo, con l’export verso l’Europa che all’inizio di questo mese era già salito del 36% su base annua.

Insomma, un incrocio geo­politico e geo­energetico enorme, il quale ci fa capire in maniera elementare ma incontrovertibile che alla radice della disputa siriana e della spaccatura tra le parti in causa ci sono dispute energetiche tra i due assi regionali di potere, più che la figura e il governo di Bashar al­ Assad. Come andrà a finire fra Turchia e Russia? Chi la spunterà? Difficile dirlo con certezza, soprattutto perché la situazione sul campo ma anche quella diplomatica sono fluide e in divenire continuo. Ma fossi in Ankara mi muoverei con molta attenzione, visto che se Erdogan davvero intende distruggere il progetto TurkStream come ritorsione al supporto militare di Mosca alla Siria deve sperare che Mosca e Teheran non abbiano successo nella loro difesa di Assad, altrimenti non ci sarebbe speranza nemmeno per la rotta alternativa dal Qatar, quella rappresentata dalla linea verde nella seconda cartina e che vede la Turchia come corridoio per arrivare al cuore dell’Europa.

Se poi davvero lo stesso Erdogan pensasse di poter dar seguito alla sua minaccia di poter fare a meno del gas russo, potendone trovare altrove, lo inviterei caldamente guardare il grafico a fondo pagina, dal quale si evince che alla luce degli attuali schieramenti e alleanze in campo, Ankara farebbe davvero bene a pensarci due volte prima di fare la dura con il Cremlino. Insomma, va spezzato il fronte Siria-Russia-Iraq-Iran, sia per ragione energetiche, sia per la troppa influenza di Mosca sull’area fondamentale del Medio Oriente, dove gli errori madornali dell’Occidente avevano creato un vuoto politico e diplomatico.