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SPY FINANZA/ Le "strane combinazioni" sugli attentati di Parigi

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Abu Bakr al Baghdadi, leader dell'Is (Infophoto)  Abu Bakr al Baghdadi, leader dell'Is (Infophoto)

Come fare? Due strade: coalizzarsi con Mosca per non lasciarla sola ed egemone nella lotta all’Isis, come si è prospettato l’altro giorno da Vienna in vista del G20 apertosi ieri oppure andare “boots in the ground”, magari non in Siria dove si lascerà operare la Turchia, ma in Iraq. Ed ecco altre due fantastiche coincidenze. Prima, proprio ieri è giunta la notizia della scoperta di una fossa comune contenente i corpi di 50 uomini yazidi a Shingal, villaggio a sud della città irachena di Sinjar, recentemente liberata dallo Stato islamico, il tutto dopo che il giorno precedente le forze curde Peshmerga avevano trovato una fossa contenente i corpi di 80 ragazze yazide. Una barbarie, tipica dell’Isis, ma che potrebbe fornire quel sovrappiù di indignazione internazionale da giustificare il casus belli dell’intervento nel Paese, tanto più che oggi l’Iraq è il primo fornitore di petrolio degli Usa e quindi si trova tra l’incudine russa e il martello di Washington, molto manipolabile, viste anche istituzioni non esattamente solide e trasparenti. E se la memoria non vi inganna, anche l’attacco alla Serbia del 1999 fu giustificato dalla scoperta di una fossa comune, quella di Racak che fece indignare sia la Albright che Holbrooke: peccato che a guerra finita il patologo indipendente del Tribunale penale dell’Aja per i crimini di guerra in Jugoaslavia (Ictj) disse che si trattò di una messa in scena, con cadaveri morti in tempi e modi diversi ammassati ad hoc. È storia, il patologo si chiama Emilio Perez Pujol e le sue parole furono riprese da Sunday Times e Le Monde.

Seconda coincidenza, dove si è aperto ieri il G20, in prima istanza dedicato al clima e poi, ovviamente, deviato al tema della lotta al terrorismo dopo i fatti di Parigi? Ad Antalya, in Turchia con il presidente Erdogan, quantomeno ondivago verso l’Isis in chiave anti-curda, come gran cerimoniere di un vertice che vedrà le decisioni più importanti prese in corridoi e stanze chiuse nei mille vertici bi e trilaterali che si terranno. Un bel cambio di equilibri, non c’è che dire, rispetto a una settimana fa, quando Occidente e Turchia erano quantomeno ghettizzati dall’egemonia russa nell’area e la loro azione iniziata nell’agosto del 2014 attraverso i raid aerei sbugiardata davanti al mondo intero dall’intervento militare russo.

C’è poi un’altra dinamica in atto, ovvero quella che riguarda l’Iran, direttamente impegnato nella lotta all’Isis in Siria insieme a milizie fedeli al governo di Damasco, russi ed Hezbollah. Come sapete Teheran è impegnato contemporaneamente nella proxy war in Yemen contro l’Arabia Saudita, vero finanziatore dell’Isis insieme al Qatar: ufficialmente Riyad è intervenuta per impedire che il Paese finisca smembrato nelle mani dei terroristi, ma, in realtà, per stroncare gli Houthi, supportati appunto dall’Iran. Insomma, per i sauditi il governo legittimo sarebbe ancora quello del fuggitivo Abd Rabbo Mansour Hadi, riparato proprio a Riyad. E parliamo di una guerra, pressoché misconosciuta, ma che nello scorso marzo - quando sono iniziati i raid sauditi - contava già 5428 i morti, un milione e mezzo gli sfollati, mentre i profughi sono già 114mila, molti di loro in fuga verso la Somalia.

Insomma, gli schieramenti in campo in Siria sono gli stessi in Yemen, con però un qualcosa in più a livello di interessi economici. La coalizione che sta bombardando lo Yemen, infatti, include cinque membri del Gulf Cooperation Council - oltre all’Arabia Saudita ci sono Kuwait, Emirati, Qatar e Bahrein - e anche, a detta dei sauditi, Pakistan, Marocco, Giordania, Egitto e Sudan: ovvero, Riyad è andata a battere cassa dai Paesi cui ha fornito supporto diplomatico e finanziario. Di più, l’Arabia Saudita ha incassato anche il sostegno esterno dell’Autorità nazionale palestinese. Ma avere dalla propria i Paesi del Golfo vuol dire anche sventare il piano russo-iraniano-iracheno di spaccare in due l’Opec alla riunione del prossimo 4 dicembre a Vienna, dove si deciderà sul livello di produzione di petrolio, con i prezzi ancora drammaticamente bassi e con Riyad che già sconta un deficit di budget pari al 20% del Pil. Senza contare che se le sanzioni contro Teheran saranno tolte, l’Iran potrebbe presto tornare sul mercato a seguito dell’accordo sul nucleare, tanto da aver già fatto sapere che entro sei mesi sarebbe in grado di aumentare la sua produzione di 1 milione di barili al giorno dagli attuali 2,8 milioni. Insomma, nuova offerta molto sgradita, visto che andrebbe ad aumentare la saturazione sul mercato e a innescare spirali ribassiste sui prezzi.



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