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SPY FINANZA/ Così la Fed può "mandare in tilt" i mercati

Janet Yellen (Infophoto) Janet Yellen (Infophoto)

Il messaggio ricalca, infatti, quanto già riferito nel recente World Economic Outlook di ottobre e in numerose precedenti occasioni, ma il cui ripetersi rischia di non semplificare la strada alla Banca centrale guidata dalla Yellen: «Le decisioni della Fed dovrebbero continua a basarsi sui dati e la strategia di comunicazione resta essenziale, specialmente in un contesto di volatilità dei mercati», ha concluso il Fmi. E ora vi spiego le tre ragioni per cui il Fmi, per una volta in vita sua, dice la verità. 

Prima: a livello preliminare, il Pil Usa nel terzo trimestre è cresciuto dell'1,49%, disattendendo le previsioni per un +1,6% e in forte calo dal 3,9% del secondo trimestre, quello degli unicorni che benedicono i processi di revisione. È la seconda lettura più debole del Pil a livello trimestrale dai primi tre mesi del 2014, sempre se si esclude il doppio aggiustamento stagionale che fu posto in atto nel primo trimestre di quest'anno per mascherare il collasso totale. E come vi dico da mesi e mesi su queste pagine, il principale fattore di calo del Pil è stato il calo delle scorte, le quale sono passate da un'attesa preliminare di +0,02% a un secco -1,44%, il peggior calo dal quarto trimestre del 2012, tanto che il contributo nominale è passato da 127,5 miliardi a soli 62,2 miliardi di dollari. E attenzione, perché seppur in calo, le scorte sono state ancora un fattore di addizione al dato del Pil, ma se il ciclo di liquidazione prenderà ritmo e arriverà ai livelli vissuti durante la recessione (un totale di 718 miliardi sottratti in otto trimestre consecutivi), il dato generale andrà a schiantarsi. 

Insomma, la lettura del terzo trimestre ha visto salire il Pil Usa a 16,394 trilioni di dollari, un aumento di 61 miliardi che rappresenta l'incremento su base annua più modesto dal primo trimestre del 2014, il +2% attuale contro l'1,7% di allora. Ma visto che le scorte hanno visto calare la loro spinta, da dove è arrivata la crescita? Ce lo dice il primo grafico a fondo pagina, il quale ci mostra come, al netto dell'aumento totale di 61 miliardi, 18,2 o il 30% del totale è arrivato dalle spese obbligatorie legate al programma Obamacare, ovvero spese sanitarie! Per il quinto trimestre di fila, quindi, è la sanità a salvare il dato del Pil Usa! 

Ma ancora più interessante è vedere, scomponendo il dato, come la classe media Usa, quella che maggiormente sta patendo la recessione imminente, abbia speso nel terzo trimestre qualcosa come 10,4 miliardi di dollari in beni da ricreazione e automobili. Potere del credito al consumo subprime, suppongo, quello che fa vendere le macchine a Marchionne, ma che è arrivato al picco assoluto, con la ratio tra scorte e vendite mai così in alto da quando viene tracciato il dato. 

Seconda ragione: sempre più americani stanno prendendo coscienza della situazione economica reale e la narrativa obamiana comincia a perdere di smalto e credibilità in maniera sempre più netta. Lo stesso Wall Street Journal, giovedì scorso, dedicava un ampio articolo alla biforcazione totale tra ripresa economica e sentiment dei consumatori, il tutto partendo dall'ultimo sondaggio dell'istituto demoscopico Gallup. Come ci mostra il secondo grafico, solo il 25% degli interpellati è soddisfatto del trend economico del Paese, un risultato migliore a quello della crisi piena del 2008, ma che dimostra come gli ultimi cinque anni non abbiano di fatto registrato aumenti sostanziali. 

Ma come, il tasso di disoccupazione è appena sceso al 5% (vi ho già spiegato la scorsa settimana in che modo), l'economia ci dicono essere in espansione da sei anni e dal 2009 a oggi il mercato azionario ha triplicato il suo valore (grazie unicamente ai buybacks per pagare dividendi e bonus, peccato che per finanziarli le aziende Usa si siano caricate di nuovo debito a livelli record) e la gente è scontenta e timorosa per il futuro?