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FINANZA E POLITICA/ La "manovra bis" necessaria per l'Italia

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

A queste tensioni dal Medio Oriente e dall’Africa subsahariana si aggiunge la notizia della settimana scorsa del probabile aumento dei tassi Usa. L’organo di governo della politica monetaria Usa (il Federal Open Market Committee-Fecom) dispone ormai delle analisi per decidere se aumentare o meno i tassi d’interesse alla riunione convocata per il 15-16 novembre. Le Borse, soprattutto Wall Street, già brindano in attesa di un incremento: del resto gli ultimi sei episodi di restrizioni finanziarie (in trent’anni) sono stati un toccasana per la finanza perché hanno visto ampliarsi i margini delle banche (le principali beneficiarie) e deprezzarsi il dollaro (stimolando, tramite l’export, l’economia reale).

Mentre per gli Usa l’aumento dei tassi (da livelli rasoterra) certifica un rilancio dell’economia reale ben avviato, nell’eurozona l’incremento dei tassi Usa presenta alcuni pericoli. Intanto, la fuga di capitali verso un mercato finanziario più redditizio e l’eventualità che la Banca centrale europea debba “adeguarsi” almeno in parte per frenare la fuoriuscita di capitali. Poi possibili crisi nei Paesi emergenti dove negli anni dei tassi bassi il credito bancario, in gran misura in dollari Usa e a tassi variabili, è cresciuto dal 75% al 110% del Pil, con riflessi negativi sull’export europeo. L’Europa si troverebbe così a dover limitare o forse cessare le misure straordinarie di aumento della liquidità, il Quantitative easing iniziato lo scorso gennaio (la Federal Reserve lo attua, in dimensioni ben maggiori, sin dagli ultimi mesi del 2008), che alla riunione del Consiglio Bce del 3 dicembre (o più tardi del 16 dicembre) sarà comunque sottoposto a verifica.

Dal 2008, mentre le aziende quotate a Wall Street hanno aumentato gli utili dell’83% e i multipli di Borsa sono cresciuti del 52%, nell’Eurozona i profitti aziendali sono diminuiti del 14% e i multipli di Borsa aumentati del 115%. A fronte di una situazione sana negli Usa, quella europea può preludere allo sgonfiamento di una bolla non appena interviene un elemento nuovo. Con inevitabili impatti su economia reale e, dunque, finanza pubblica. Deprimendo la prima e aumentando il rischio di sforamento dei saldi della seconda.

Chiedere, e ottenere, una deroga al Fiscal compact a ragione delle “circostanze eccezionali” darebbe un respiro di breve (anzi brevissimo) periodo, ma aggraverebbe il debito pubblico che minaccia comunque di essere appesantito dal prevedibile aumento dei tasso d’interesse Usa. Pure se l’Unione europea mostrasse “flessibilità” in materia di debito, da un lato, è difficile che i mercati internazionali facciano atto di clemenza, e, da un altro, l’eventuale clemenza dei mercati non eviterebbe la conseguenza maggiore dell’incremento del rapporto tra debito e Pil: il freno ai presagi di crescita.

Ragazzi, al lavoro, per una Legge di stabilità bis.

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