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SPY FINANZA/ Così Russia e Arabia Saudita si contendono l'Europa

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La Russia, da parte sua, è riuscita a tamponare gli effetti del crollo dei prezzi lasciando fluttuare liberamente il rublo, passato da 32 a 65 sul dollaro da metà del 2014: di fatto, una protezione degli introiti petroliferi statali russi, parlando in termini di valuta locale. Quindi, è solo l’Arabia, in questa lotta a due, a patire il colpo monetario peggiore, con la prospettiva che la Fed tra meno di un mese spedisca il global dollar index al massimo da 12 anni, alzando i tassi. Con un deficit di budget ormai al 20% del Pil e con i progetti infrastrutturali già cantierati sospesi o rimandati a tempo indeterminato, il governo saudita è sotto forte pressione.

Come dicevo prima, Bank of America sta monitorando con attenzione la dinamica del peg ryal-dollaro, mettendo in guardia dal fatto che la rottura del cambio fisso potrebbe letteralmente far crollare il valore della divisa saudita, con effetti collaterali gravi, primo del quale la potenziale caduta a 25 dollari al barile del prezzo del petrolio. In molti, Russia in testa, puntano sulla pressione che Ryad sta già patendo e scommettono sul fatto che alla fine il regime sceglierà il male minore, ovvero tagliare la produzione, permettendo al prezzo di risalire sopra i 50 dollari al barile stabilmente, piuttosto che rischiare un crash valutario. Tanto più che una svalutazione monstre del ryal minerebbe alle fondamenta il residuo di credibilità della dinastia Saudi, già alle prese con la “proxy war” contro l’Iran in Yemen che sta rivelandosi un fallimento. Ma c’è anche qualcuno che non la pensa così, come March Chandler, analista monetario della Brown Brothers Harriman, a detta del quale «ogni tentativo di attacco speculativo sul peg ryal-dollaro è destinato a fallire, perché i sauditi hanno la volontà politica di mantenerlo, riserve sufficienti a difenderlo per almeno altri due anni e risorse produttive che possono sostenere questa scelta. Non vanno sottovalutati».

E, in effetti, negli anni Ottanta furono molti gli speculatori colti con la guardia abbassata dalla rivalutazione del ryal da parte dei sauditi, scelta che impose pesantissime perdite a chi scommise: dopo, una volta dimostrato chi era il più forte, Riyad svalutò di nuovo la sua moneta. Insomma, in molti scommettono che iRyad da un lato resisterà per non inviare all’esterno - soprattutto nel mondo arabo - segnali di debolezza e dall’altro potrebbe cedere alle pressioni in seno all’Opec, giudicando più facilmente giustificabile a livello politico un modesto taglio della produzione che una catastrofica svalutazione della divisa nazionale.

E la Russia, cosa farà? Aspetterà le mosse saudite o giocherà d’anticipo come ha fatto con l’Isis, cogliendolo con la guardia bassa? La posta in palio è oggettivamente alta, perché nei mesi recenti la politica di sconto saudita ha attratto grossi e importanti compratori tra le raffinerie dell’Europa dell’Est e del Mediterraneo, tra cui Exxon, Shel, Total e la nostra Eni. L’Europa pesa per il 10% dell’export petrolifero saudita, circa 30 milioni di tonnellate e da qualche settimana il porto polacco di Gdansk ha cominciato a ricevere il petrolio saudita, acquistato dall’Europa grazie al forte sconto applicato: se questa cooperazione dovesse proseguire, per la Russia sarebbe un problema potenziale.



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