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SPY FINANZA/ Così Russia e Arabia Saudita si contendono l'Europa

Tra i molti confronti in atto sullo scenario mediorientale, il più importante è forse quello tra Russia e Arabia Saudita nel mercato petrolifero. Ce ne parla MAURO BOTTARELLI

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Tra i molti confronti in atto sullo scenario mediorientale, il più importante è forse quello che rimane maggiormente sottotraccia perché non esplicitamente dichiarato e, soprattutto, non declinato in chiave bellica. Sono Arabia Saudita e Russia le due contendenti e la loro battaglia non prevede pallottole o bombe, ma barili, milioni e milioni di barili di greggio con direzione l’Europa. Ma dietro alla lotta commerciale per non perdere uno dei mercati può fruttuosi c’è dell’altro, ovvero lo proxy war tra Riyad e l’Iran, alleato di Mosca nella campagna siriana e per la difesa del regime di Bashar al-Assad. E, almeno per ora, l’Arabia pare stia vincendo, ma la sfida ora diventa davvero difficile e potenzialmente letale.

Il regime dei Principi, infatti, sta per affrontare una sfida delicatissima, visto che la pressione ribassista del prezzo del petrolio potrebbe portare all’esplosione del sistema monetario del Paese, soprattutto se al basso prezzo del greggio si unisse un ulteriore rafforzamento del dollaro. Come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, l’Arabia sta inondando il mondo e soprattutto l’Europa con petrolio venduto con forte sconto per schiantare la concorrenza, ma questa strategia non solo sta mettendo sotto pressione il peg di cambio fisso che il ryal ha con il dollaro Usa, ma sta soprattutto attirando l’attenzione dei trader valutari, i quali - in caso la Fed dovesse davvero alzare i tassi di un quarto di punto il prossimo dicembre - potrebbero lanciarsi in un attacco speculativo in grande stile.

E il punto cruciale sta proprio nel ryal, visto che se anche le riserve valutarie saudite garantiscono un ampio cuscinetto, le stesse stanno calando a ritmo molto elevato, come ci mostra il secondo grafico. Nel solo mese di ottobre le riserve sono scese di 23 miliardi e da febbraio scorso siamo già a -90 miliardi di dollari: certo, ne restano ancora 647 miliardi, ma non tutti sono utilizzabili per regime di vincolo e, soprattutto, certe dinamiche partono piano, ma se esplodono diventano come torrenti in piena. Se infatti il Brent dovesse scendere a 30 dollari al barile come reazione alla saturazione di offerta globale, allora il rischio è che Riyad per mantenersi a galla potrebbe bruciare circa 18 miliardi di riserve estere al mese. A quel punto la scelta sarebbe obbligata, tagliare la produzione od operare un de-peg del ryal dal dollaro.

A oggi, i contratti forward a 12 mesi sul ryal, quelli tenuti maggiormente d’occhio perché potrebbero segnalare l’inizio della speculazione di chi scommette sul crollo del peg, sono schizzati alle stelle, arrivando la scorsa settimana a 535 da soli 13 di giugno. Stiamo parlando di un picco più alto anche di quello registrato dopo l’11 settembre e stiamo avvicinandoci al record toccato nel gennaio 1999 e anche i credit default swaps segnalano rischio, essendo saliti a 153, il punto più alto dalla crisi finanziaria del 2008. Se poi la Cina dovesse continuare a svalutare lo yuan, allora Riyad rimarrebbe terribilmente esposta e non ci sarebbe alternativa: tanto che Bank of America nel suo ultimo report ai clienti ha definito il de-peg del ryal il “cigno nero” per il mercato del petrolio nel 2016.

Il peg trentennale tra valuta saudita e biglietto verde è quindi il punto debole della strategia saudita per mettere in corner il mercato e tagliare fuori la concorrenza, un rischio potenziale maggiore addirittura del dissenso che con quasi certezza esploderà alla riunione dell’Opec del prossimo 4 dicembre a Vienna, con Iran, Iraq, Nigeria, Algeria e Venezuela tutti schierati per un taglio della produzione che invece Riyad non intende contemplare, poiché controproducente alle sue mire egemoniche sulle quote di mercato.