BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Così la Finlandia dà ragione ai no euro

Pubblicazione:martedì 24 novembre 2015

Infophoto Infophoto

Chi sembra avere già la risposta è il parlamentare europeo e presidente onorario del partito di governo, Paavo Vayrynen, il quale ha portato alla ribalta la questione del cosiddetto “Fixit”, ovvero l’uscita dalla Finlandia dall’euro, dopo aver raccolto 50mila firme: il prossimo anno, il Parlamento finlandese terrà delle audizioni al riguardo e si interrogherà se restare nell’euro o tornare al marco (Markka), la moneta che di fatto salvò il Paese all’inizio degli anni Novanta, quando noi e il Regno Unito fummo cacciati dallo Sme e devastati dalla speculazione di quel gentiluomo di George Soros. Per Vayrynen, «l’eurozona non rappresenta un’area monetaria ottimale e la gente comincia a capire quale sia la vera ragione della crisi che stiamo vivendo. Siamo nella stessa situazione dell’Italia e abbiamo perso un quarto della nostra industria. Il nostro costo del lavoro è troppo alto». 

E il grafico a fondo pagina ci mostra come in effetti le dinamiche siano andate fuori controllo. Il governo di centrodestra, da parte sua, è determinato a proseguire sulla strada suicida della cosiddetta “svalutazione interna”, ovvero con pressioni salariali ribassiste per comprimere i costi e aumentare la competitività: la stessa ricetta che quattro anni fa ha spinto l’Europa nella trappola del combinato debito-deflazione e che ha fatto esplodere le ratio di debito pubblico e privato molto più velocemente di quanto non abbia fatto l’effetto del denominatore. Non dimenticando che già oggi in Finlandia il debito privato è oltre al 100% rispetto al Pil. E con i sindacati sul piede di guerra che lo scorso settembre hanno dato vita agli scioperi più duri e massicci degli ultimi 20 anni, la scorsa settimana anche il Fmi ha bacchettato le ricette che il governo di centro-destra intende mettere in campo, ricordando come siano da evitare gli eccessi di austerità e i tagli pro-ciclici prima che l’economia sia forte abbastanza da poterli reggere. 

Il gap produttivo finlandese è al 3,2% del Pil, quindi pensare a un taglio degli investimento appare controproducente, così come politiche di contrazione fiscale. Ma è la risposta che le autorità finlandesi hanno inviato al Fmi ad apparire il vero nodo del problema: in soldoni, non abbiamo scelta perché dobbiamo attenerci al Patto di stabilità. Qual è stato il vero detonatore di questa crisi per Helsinki? Ciò che ontologicamente è connaturato a un’unione monetaria nell’ambiente che abbiamo vissuto negli ultimi anni, ovvero il post-Lehman: i tassi di interessi erano troppo bassi per le necessità finlandesi durante il boom delle materie prime e l’economia è andata in ebollizione. Come mostra il grafico, i costi per unità di lavoro sono saliti del 20% dal 2006, lasciando il Paese senza difese quando la musica sia è fermata con il super-ciclo delle commodities in crollo: e solo il fatto che la bolla delle materie prime sia scoppiata tardi, nel 2012, ha fatto in modo che la Finlandia non venisse investita prima dalla crisi. 

Insomma, se l’euro non pare funzionare per l’economia più competitiva dell’Unione, perché dovrebbe farlo per le pecore nere periferiche? Una domanda interessante e molto seria: chissà che una volta cessati i clamori mediatici degli attacchi a Parigi, se ne possa parlare - seriamente - anche in Italia. Ok, è come se vi avessi sentito parlare: non è possibile. 

 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.