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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Così la Finlandia dà ragione ai no euro

La Finlandia, tra i paesi rigoristi dell’Europa, sta vivendo un momento critico, che mette in luce, spiega MAURO BOTTARELLI, le debolezze dell’unione monetaria europea

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Ovviamente l’allarme terrorismo in questi giorni sta riempiendo le pagine di giornali e inondando gli studi televisivi dei talk-show: non potrebbe essere altrimenti, lo anticipò già George Orwell nel 1949. Una cosa però appare interessante da far notare: gli attentati di Parigi non solo hanno dato il via libera a spesa in deficit e nuovo debito con il beneplacito della un tempo austera Ue, ma hanno anche di fatto azzerato il rischio di credito delle nazioni, perché voglio proprio vederla un’agenzia di rating che si permette di operare un downgrade con potenziali rischi destabilizzanti in una condizione ambientale simile. Insomma, la fantasia al potere garantita da chi quella fantasia vorrebbe formalmente spegnerla in nome del dogma. 

Proviamo dunque a dare un’occhiata più profonda a questa Europa che vedrà cristallizzati e crioconservati i processi di riforma fin qui propagandati come salvifici e deciderà step-by-step che ordine darsi. Partiamo dal grafico a fondo pagina, il quale nella sua semplicità ci mostra qualcosa di molto complesso che sta accadendo nell’area euro. Un tempo Mario Draghi disse che «la bassa inflazione significa che la gente può comprare più cose», ma ovviamente nessuno ora se lo ricorda, soprattutto lui, visto che non più tardi di venerdì ha ribadito che la Bce farà qualsiasi cosa per sconfiggere la deflazione attraverso misure di stimolo. 

La domanda è: i consumatori europei devono essere felici di quella frase di Draghi? Devono credere a una ripresa trainata dai consumi, garantiti dalla bassa inflazione che potenzialmente aumenta il potere di acquisto dei salari? No, perché proprio quel grafico ci mostra come i prezzi troppo bassi portino a una dinamica che renderà molto più difficile per la Bce raggiungere il suo target di inflazione al 2%. Ovvero, da un lato la percezione di minor costo della vita porta i datori di lavoro a ritenere ingiustificate le richieste di aumento salariale dei lavoratori o di chi li rappresenta, mentre dall’altro il perpetuarsi di questa condizione spinge gli stessi salariati a smettere di chiedere miglioramenti reddituali. E se a ottobre il tasso di inflazione nell’eurozona era allo 0,1%, gli accordi salariali nella stessa area sono cresciuti su base annua solo dell’1,56%, poco superiori al minimo record dell’1,44% raggiunto a inizio anno, stando a dati ufficiali della Bce stessa. E se è vero che il tasso di disoccupazione nell’eurozona, poco sotto l’11%, va a impattare sulle dinamiche salariali, ponendo pressione, è altrettanto vero che anche in aree come la Germania, dove la disoccupazione è molto bassa, ci sono pochissimi segnali di inflazione salariale. 

Per Alexander Koch della Raiffesein Schweiz di Zurigo, «i lavoratori stanno aggiustando la loro domanda al pattern di bassa inflazione, visto che l’ambiente attuale non spinge i lavoratori a chiedere salari più elevati». E nonostante le dinamiche salariali siano notoriamente asimmetriche, soprattutto in Europa - ovvero non crollano in risposta a una crisi e non esplodono durante una fase espansiva - e quindi potenzialmente questi livelli ai minimi record non dovrebbero far perdere la speranza, la cristallizzazione negli accordi salariali appena registrata potrebbe invece incorporare prospettive inflazionistiche basse per gli anni a venire. Detto fatto, il 3 dicembre Mario Draghi proverà a rompere questa trappola deflattiva con nuovo stimolo. Auguri.