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SPY FINANZA/ I 400 miliardi che "spaventano" le banche italiane

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E a confermare la delicatezza della situazione ci ha pensato martedì, nel corso di un convegno sulla supervisione bancaria all'università Cattolica di Milano, Daniele Nouy, presidente del consiglio di vigilanza, l'organo della Bce deputato a sorvegliare le banche dell'eurozona, a detta della quale «le esposizioni deteriorate per le banche rappresentano ancora una seria sfida sul piano prudenziale in alcuni Paesi, inclusa l'Italia». Per la Nouy, il problema è determinato da una serie di fattori, tra i quali emergono: le condizioni economiche generali, elevati oneri pregressi relativi ad attività preesistenti, in particolare nei Paesi più colpiti dalla crisi finanziaria e i sistemi di recupero crediti talvolta carenti. 

«Come autorità di vigilanza possiamo far fronte ad alcuni di questi fattori, ma altri ricadono al di fuori della nostra competenza», ha spiegato Nouy, evidenziando come in alcuni Paesi siano stati compiuti progressi verso un quadro giuridico che si presta maggiormente all'efficace risoluzione di prestiti deteriorati. In ogni caso, il processo di revisione e valutazione prudenziale comune che la Bce sta portando avanti sulle banche, vale a dire l'esame Srep, non avrà grossi impatti sul credito concesso all'economia reale: «La maggior parte delle nostre banche - ha affermato - detiene riserve di capitale al di sopra dei requisiti minimi, pertanto le decisioni Srep non avrebbero un impatto significativo». 

Finora, le critiche alla vigilanza si sono concentrate, in particolare, sul fatto che l'imposizione di requisiti di capitale superiori ai minimi regolamentari soffochi la ripresa dell'economia che la stessa Banca centrale sta tentando di favorire tramite la sua politica monetaria espansiva. Per Nouy, invece, anche se un ente creditizio riducesse la leva finanziaria a seguito di una decisione Srep sarebbe ragionevole ipotizzare che per raggiungere tale obiettivo ridimensioni in primis le attività non strategiche: «L'erogazione di prestiti, dunque, non ne risentirebbe in prima battuta: l'applicazione di coefficienti patrimoniali più appropriati a seguito di una decisione Srep comporterebbe, inoltre una diminuzione dei costi di finanziamento della banca, il che dovrebbe avere un effetto positivo sul credito all'economia reale», ha sottolineato concludendo. Ma attenzione, perché alla criticità delle sofferenze potrebbe unirsene un'altra altrettanto seria nel breve periodo, soprattutto per le banche italiane. 

In anticipo sulla decisione della Fed di alzare i tassi il prossimo 16 dicembre (vi dico già da ora che non lo farà e citerà come spiegazione della scelta l'attuale situazione geopolitica in Medio Oriente), i grandi fondi di investimento stanno infatti liquidando già oggi grandi detenzioni di obbligazioni sovrane, di fatto l'asset più sovra-valutato del mondo grazie alle politiche di tassi zero delle Banche centrali. Nessuno, infatti, vuole essere colto con la guardia abbassata quando la Federal Reserve deciderà di intervenire su quel quarto di punto e scatterà la reflazione dovuta all'incendio dell'infinita fornitura monetaria a livello globale. 

Il Fondo pensioni norvegese, il più grande del mondo a livello sovrano, sta ruotando parte delle sue detenzioni (supervisiona assets per 860 miliardi di dollari) in proprietà immobiliari a Londra, Parigi, Berlino, Milano, New York, San Francisco, Tokyo e Hong Kong e, come ci mostra la tabella di Ubs a fondo pagina, proprio la capitale britannica e la ex-colonia cinese sono in piena bolla immobiliare: «Ogni acquisto immobiliare che facciamo è finanziato dalla vendita di obbligazioni sovrane», ha confermato Yngve Slyngstad, ceo del Fondo. 

 


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