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SPY FINANZA/ I 400 miliardi che "spaventano" le banche italiane

Pubblicazione:giovedì 26 novembre 2015

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Come mai il credito a cittadini e imprese non riparte con lo slancio che servirebbe per sostenere la ripresa (ammesso che esista), a fronte della manovra di stimolo della Bce? Semplice, «perché le banche europee stanno aumentando solo minimamente i loro prestiti a causa del peso che ancora devono sopportare a livello di sofferenze bancarie, le quali gravano in maniera molto pesante soprattutto sui piccoli istituti». Parole e musica dell'Eba, l'Autorità bancaria europea. E non stiamo parlando di poca roba, perché si stima che i cosiddetti bad loans abbiano un controvalore di circa 1 triliardo di euro, una mole enorme di incagli e sofferenze che ovviamente va a limitare grandemente l'erogazione di credito, quello stesso capitale che imprese e cittadini utilizzerebbero per spendere e investire. Ovvero, per crescere e far crescere i loro Paesi. 

Certo, quest'anno siamo al 5,6% del totale contro il 6% dell'anno scorso, ma è ancora troppo e l'anemica attività economica dell'eurozona è lì a dimostrarlo plasticamente. Per quanto tutt'altro che sane (i loro trading desk sono da mani nei capelli), le banche statunitensi hanno a bilancio la metà delle sofferenze di quelle europee, questo sia per magheggi off-balance, sia perché subito dopo la crisi finanziaria qualcosa si è fatto per tamponare uno degli effetti più nefasti del credito allegro dell'era clintoniana. 

La criticità maggiore è legata ai prestiti verso servizi non finanziari (ovvero, le aziende), visto che in questa categoria il tasso di bad loans in Europa sale al 10% del totale: lo studio dell'Eba ha riguardato 105 banche in tutta l'Ue e la Norvegia con assets totali superiori a 30 triliardi di euro e ha identificato come sofferenza i crediti che vedono i pagamenti in ritardo di 90 o più giorni o la decisione dell'istituto stesso in base alla quale il capitale non sarà ripagato senza l'uso di collaterale. E come anticipato, il problema maggiore riguarda i piccoli istituti, quelli spesso più a diretto contatto con cittadini e piccole imprese, le cosiddette "banche del territorio", molto diffuse in Italia ma anche in Spagna e Germania: se infatti per i grandi istituti le sofferenze sono al 4%, per quelli di dimensioni minori siamo addirittura al 18%. 

A guidare la classifica in base ai Paesi c'è Cipro, con una percentuale di bad loans sul totale addirittura del 49,6%, ovvero un prestito su due è inesigibile o deteriorato: aspettiamoci, molto a breve, un nuovo intervento dell'Ue sull'Isola. Il problema serio è che tra le grandi economie avanzate la parte del leone la fa proprio l'Italia, con un dato spaventoso rispetto alla grandezza del sistema e alla fragilità post-crisi del sistema economico e creditizio: il 16,7% del totale, mentre la maglia rosa va alla Svezia con solo l'1,1%. Molto bene anche il Regno Unito, prima delle nazioni non nordiche in classifica con il 2,9% di bad loans su prestiti totali, un risultato frutto delle ricapitalizzazioni post-crisi, delle nazionalizzazioni temporanee che hanno imposto ripulitura dei bilanci e dell'azione rapida ed efficace in tal senso della Bank of England con regolamentazioni molto dure. 

Nemmeno a dirlo, la crescita dei prestiti è più rapida e sostenuta in Paesi e banche che hanno forti ratio di capitale, chiara cartina di tornasole che chi ha fatto bene il proprio lavoro - ovvero ripulire i bilanci e costruire cuscinetti di capitale difensivo -, oggi è in grado di svolgere al meglio il suo ruolo nella società, ovvero erogare credito e gestire risparmio, piuttosto che fare trading. 


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