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FINANZA E TERRORISMO/ La carta di Draghi contro il "cigno nero"

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Dal 22 ottobre, data dell'ultimo direttorio della Bce, a oggi, Mario Draghi e i suoi più stretti collaboratori (primo tra tutti il capo economista dell'istituto Peter Praet) hanno anticipato, con toni crescenti, che nella prossima riunione del 3 dicembre saranno prese nuove misure per rilanciare l'inflazione nell'area euro, con l'obiettivo di ridar slancio all'economia in evidente difficoltà. Il "crescendo" dei toni, come in una sinfonia, ha raggiunto il suo apice mercoledì scorso, quando "anonimi funzionari" della banca centrale hanno spiegato a Reuters che lo staff del governatore sta esaminando addirittura la possibilità di comprare pacchetti di prestiti deteriorati che giacciono nei magazzini degli istituti di credito. Una misura forte, per ora solo ipotizzata, comunque trasmessa al mercato con toni e mezzi inusuali. A conferma che la situazione, ancor prima di poter valutare gli effetti della paura trasmessa dal terrorismo sulla fiducia di cittadini e imprese, richiede provvedimenti straordinari. 

Per quali motivi? I più pessimisti s'interrogano sul reale stato di salute del sistema bancario. In queste settimane la Commissione Ue si è distinta per la severità nei confronti delle banche italiane, cui è stata finora negata la possibilità di far ricorso a una bad bank di sistema che pure sembra necessaria per rimuovere il fardello dei crediti a rischio (oltre 300 miliardi) accumulati negli anni di crisi. Tanta severità, secondo alcuni osservatori, non nasce dalle condizioni delle banche italiane, che sembrano più solide (o meno fragili) di qualche anno fa, bensì dai sinistri scricchiolii che risuonano in altri sistemi. 

In Spagna, ieri, è stata decretata l'insolvenza di Abengoa, colosso delle energie rinnovabili collassato sotto il peso di investimenti eccessivi. È una pessima notizia per il sistema bancario, coinvolto per diversi miliardi nel crac: una volta superata (grazie alla bad bank) l'emergenza dell'immobiliare, la finanza spagnola rischia di dover far fronte a una seconda ondata di insolvenze. Ancor più preoccupante la situazione tedesca: Deutsche Bank, travolta da scandali e da errori di gestione, è appena all'inizio di una dura ristrutturazione, imposta da multe miliardarie, perdite (6 miliardi di euro nell'ultimo esercizio) e violenti tagli di personale, oltre 26 mila esuberi. Ma le traversie dell'istituto simbolo della finanza d'oltre Reno è solo la punta dell'iceberg di un sistema in forte difficoltà. 

Negli ultimi anni le grandi banche hanno dovuto alzare bandiera bianca: prima la Post Bank finita sotto le insegne della stessa Deutsche Bank, poi Dredsner, salvata con un grosso sacrificio delle casse pubbliche, per non dimenticare Hvb, acquisita da Unicredit. Ma le cose vanno peggio nel resto del sistema, composto da banche piccole medie che garantiscono circa il 90% del credito all'economia. Una galassia che Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel hanno cercato fino all'ultimo di proteggere dalla curiosità della Vigilanza bancaria unica e da cui arrivano segnali inquietanti. Un mese fa la Hsh Nordbank ha ottenuto dall'Europa il via libera al trasferimento dei propri crediti incagliati ai propri azionisti pubblici, la città di Amburgo e lo Stato dello Schleswig Holstein: l'operazione riguarda circa la metà dei bad loans, pari ad almeno 15 miliardi di euro. 


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