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SPY FINANZA/ Il "dilemma" della Norvegia in crisi

Pubblicazione:sabato 28 novembre 2015

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C'è però un problema ulteriore che potrebbe portare il capo della Banca centrale, Oeystein Olsen, a essere obbligato a forzare la mano: ovvero, il prezzo del petrolio che non salirà nel breve termine (e, forse, anche nel medio) unito al fatto che la Bce potrebbe aumentare il Qe a dicembre, atto che porterebbe a un'immediata risposta da parte delle Banche centrali dei vicini della Norvegia, ovvero Danimarca e Svezia, già in negativo e in modalità Qe. Ci sarebbe, in linea teorica, una terza opzione per ottenere un effetto allentamento e quindi una svalutazione della moneta senza tagliare i tassi, ovvero proprio il Qe: peccato che come ci mostra il grafico a fondo pagina, la Norvegia non abbia abbastanza debito da monetizzare per ottenere l'effetto desiderato! Insomma, paradosso in un mondo di paradossi, la Norvegia è troppo ricca per potersi permettere un Quantitative easing in piena regola. 

Per Kari Due-Andresen, capo economista alla Svenska Handelsbanken AB, «forse potrebbero usare la leva dei tassi ancora un po' per agire direttamente sulla corona, anche perché non so quanta trazione si potrebbe ottenere attraverso un'operazione di acquisto obbligazionario, stante le ristrette dimensioni del mercato che rendono quella strategia tutt'altro che credibile sulla carta». La Norvegia, infatti, ha un outstanding nominale di bond goverativi per un controvalore di 336 miliardi di corone (38,6 miliardi di dollari), mentre la Svezia - che già sta operando Qe - ne ha per 592 miliardi di corone (68,2 miliardi di dollari): di più, la Riksbank svedese lo scorso mese ha ampliato il suo programma di acquisto obbligazionario per la quarta volta da febbraio, cercando di mantenere lo stesso passo dello stimolo in atto nell'eurozona. La Danimarca, invece, ha debito sovrano in bond nominali emessi per un controvalore di 372 miliardi corone (54 miliardi di dollari). 

Essenzialmente, quindi, se la Norvegia dovesse rompere forzatamente gli indugi e dare vita a un Qe rischierebbe di trovarsi nella medesima situazione vissuta dalla Svezia la scorsa estate, ovvero avere un effetto sulla liquidità talmente grande da rompere il circolo virtuoso formale del Qe e spedire i rendimenti sovrani a muoversi nella direzione opposta a quella desiderata, questo perché il rischio sulla liquidità supererebbe nella mentalità di chi investe i vantaggi di operare un front-run rispetto agli acquisti della Norges Bank. Insomma, se anche il Qe verrà scartato come opzione, la Norvegia non potrà che intervenire direttamente sul mercato monetario, unica via d'uscita per sopravvivere e restare competitiva in un guerra valutaria globale. Ma se anche questo non porterà con sé risultati, ci sarà un'unica alternativa: andare prima e zero e poi a tassi di interesse negativi. 

Un altro Paese, quindi, entrerà forzatamente nel club del Nirp (Negative interest rates politicy), abbracciando in questo modo tutti i rischi che questo comporta e che l'esperimento svedese sta già evidenziando: ulteriore espansione della bolla immobiliare, aumento dei bond con rendimento negativo sul mercato e deflazione come conseguenza diretta, perché in una situazione simile - sembra paradossale - mantenere i proprio risparmi in banca conviene, quindi si innescherà un loop perverso che porterà a minore liquidità in circolo e quindi meno profittabilità anche per le aziende. 

La Scandinavia felix non c'è più, mettiamocelo in testa. E diciamo un sentito grazie alle Banche centrali. 



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