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SPY FINANZA/ Il "dilemma" della Norvegia in crisi

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Quando si parla di Scandinavia si pensa sempre a paesi con un tenore di vita eccezionale, welfare di primissimo livello, conti a posto e disoccupazione ai minimi. Per anni è stato così, in effetti, ma oggi la Scandinavia felix rischia di diventare un vero e proprio laboratorio per quanto riguarda le manovre emergenziali, visto che come ci mostra il primo grafico a fondo pagina su elaborazione di dati della Banca centrale norvegese, con il petrolio fermo in area 50 dollari Oslo rischia di entrare in una recessione che potrebbe portare i tassi, già ai minimi record, a zero e forse in negativo. 

A settembre, Norges Bank ha tagliato i tassi allo 0,75% e ha dato al 50% la possibilità di un terzo intervento, mentre Handelsbanken prevede tre tagli nel 2016 e l'arrivo a zero entro la fine del prossimo anno. Inoltre, il secondo e il terzo ci mostrano altrettante realtà. La prima è l'enormità del Fondo sovrano norvegese, la seconda è il fatto che per la prima volta nella storia il governo potrebbe attingere proprio alle risorse del fondo per tamponare i deficit venutisi a creare per i mancati introiti dell'export petroliferi dovuti ai prezzi così bassi, tanto che si stima che gli inflows da attività petrolifere caleranno nel 2016 di 4 miliardi di corone. Di più, Norges Bank ha presentato il bilancio del terzo trimestre di quest'anno del Fondo sovrano, il peggior risultato a livello trimestrale da quattro anni a questa parte, quasi il 5%, come ci mostra il quarto grafico per le perdite legate a equities cinesi (-21,3%), dei mercati emergenti (-16,6%) e di Volkswagen. Insomma, il gigante c'è ancora, ma andando avanti di questo passo potrebbero spuntare dei piedi di argilla. 

Che fare, quindi? La situazione è complessa, inutile negarlo. A causa delle politiche di tassi a zero o negativi da parte delle Banche centrali di tutto il mondo, infatti, soggetti come il Fondo sovrano norvegese per cercare un po' di rendimento si gettano sui mercati emergenti, peccato che poi incorrano in perdite del 17% solo nel terzo trimestre di quest'anno e con il petrolio a livello talmente basso da non generare più break-even ci si ritrova con la prospettiva per il 2016 di dover ritirare proprio dal Fondo circa 450 milioni per tamponare le prime falle. Inoltre, con i titoli azionari Usa ai massimi di sempre, non si può escludere che nomi come Apple o Google possano andare incontro a perdite pesanti se la Fed dovesse alzare i tassi, schiantando del tutto i mercati emergenti e innescando un feedback negativo che arrivi fino ai mercati equities Usa. Di più, questa situazione sta ponendo pressione sulla corona norvegese, visto che da un lato tutto il mondo è impegnato in misure di allentamento monetario e dall'altro commercio e domanda globali sono ai minimi, divenendo di fatto contrappesi che si sostanziano - per Oslo - in una situazione nella quale la sua valuta non può deprezzarsi abbastanza per tamponare gli shock e adattarsi alla nuova realtà. 

Quale realtà? Quella che porta molti a speculare sul fatto che presto la Norvegia sarà obbligata a passare a tassi a zero se non vuole accelerare l'arrivo della recessione già incombente. Si può? Certo, si può tutto, il problema che tagliare i tassi di altri 75 punti base potrebbe creare qualche problemino alla dinamica che vediamo rappresentata nel quinto grafico, ovvero esacerbare la bolla immobiliare già in atto nel Paese. Ora capite perché all'inizio di questo mese la Norges Bank ha deciso di tenere i tassi fermi? 

 


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