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SPY FINANZA/ Le manovre pericolose di Fed e Bce

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Janet Yellen (Infophoto)  Janet Yellen (Infophoto)

Poche ore dopo l’annuncio della Bce, quando l’euro stava puntando a quota 1.05 sul dollaro, minimo da sette mesi, i mercati sono stati scossi da un’altra notizia: ovvero, Goldman Sachs - il cui trade principale da oltre un anno era lo short sull’euro - ha comunicato di aver «ridotto la posizione ribassista dell’euro su dollaro, visto che le azioni delle Banche centrali sono sempre maggiormente prezzate in entrambe i mercati». Cosa vuol dire? Semplice: per quasi un anno quello short si è rivelato fonte di perdite per chiunque ci abbia investito, poiché l’euro non è calato sul dollaro in fretta come Goldman si aspettasse, mentre ora è sceso più velocemente di quanto la banca d’affari si attendesse. Il problema è però interpretativo, al di là del mero business della scommessa di Goldman: ovvero, se la banca taglia il suo short, vuol dire che è convinta che il suo ex-dipendente a dicembre non andrà all-in con l’implementazione del Qe?

Per molti, infatti, la mossa di Goldman ha fatto il paio con le parole rilasciate nella mattinata di mercoledì scorso da Ardo Hansson, membro del Consiglio direttivo della Bce, a detta del «non si vedono ragioni per un ulteriore allentamento monetario alla riunione di dicembre». Insomma, dubbi e non da poco, visto che come ci mostra il grafico a fondo pagina, l’euro/dollaro è prontamente risalito in area 1,06 dopo la comunicazione della banca d’affari. Insomma, Goldman vuole dirci che sta passando da ribassista e rialzista sull’euro, quindi puntando su una svalutazione del dollaro? No, in realtà e ufficialmente, perché nel report che accompagnava la decisione operativa sul trade, diceva chiaramente di attendersi la moneta unica europea a 0,95 sul biglietto verde nel primo trimestre del 2016 e addirittura a 0,80 per la fine del 2017, un livello che significherebbe la fine per le multinazionali Usa.

Goldman bluffa o quantomeno nasconde le carte? Cosa sa, forse che la Fed non alzerà affatto i tassi ma che questi resteranno bassi per molto tempo? Addirittura sa che, stante la situazione da quasi recessione dell’economia Usa, ci vorrà un altro po’ di stimolo monetario, il quale ovviamente porterà il dollaro al ribasso? La Bce sembra tranquilla, infatti nel suo report triennale apparentemente e ufficialmente si occupa di tutt’altro, ovvero dei rischi connessi ai mercati emergenti per un potenziale triplo shock generato da rallentamento della Cina, evaporazione della liquidità per fughe di capitali e, appunto, rialzo dei tassi da parte della Fed. L’Eurotower parla chiaramente di «vulnerabilità irradiata dai mercati emergenti che stanno aumentando. Le nazioni molto indebitate in valuta estera potrebbe essere vulnerabili alla prospettiva di una normalizzazione delle condizioni finanziarie negli Usa e nelle altre economie avanzate».

Ma poi si insinua, piccolo piccolo, un dubbio: per la Bce, infatti, «un ritiro più veloce di quanto atteso delle politiche monetarie accomodanti da parte della Fed potrebbe innescare un nuovo shock di volatilità, il quale potrebbe tracimare fino all’eurozona». Inoltre, per l’Eurotower la Cina - nonostante il mercato abbia già recuperato quasi il 30% delle perdite estive, salvo il tonfo di venerdì - rimane «una preoccupazione particolare, perché il rallentamento della seconda economia del mondo, combinato con un rapido aumento dei tassi da parte degli Usa, potrebbe portare questi ultimi in recessione e innescare caos sui mercati, aggravando la crisi nei Paesi emergenti». Per la Bce, in questo contesto, il mercato azionario Usa potrebbe perdere il 20% nei due anni successivi, mentre alcune nazioni dell’eurozona potrebbe vedere svanire fino al 4,7% del loro Pil nel medesimo periodo.

 


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