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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Le manovre pericolose di Fed e Bce

Janet Yellen (Infophoto)Janet Yellen (Infophoto)

Insomma, leggendo bene il report la Bce sembra invece non poco preoccupata dal possibile rialzo troppo rapido dei tassi negli Usa (d’altronde, sono a zero solo da 84 mesi di fila): il titolo era dedicato ai mercati emergenti ma il contenuto era chiaro. Ovvero, se la Yellen fa di testa sua e alza davvero di un quarto di punto a dicembre, il rischio che venga giù tutto il castello di carte della presunta ripresa è alto. Altissimo. Non a caso, lo stesso Fmi continua a invitare la Fed alla calma, chiedendo di rimandare l’aumento dei tassi a quando le condizioni globali (Cina, mercati emergenti e Medio Oriente) lo consentiranno in sicurezza.

Vedete, siamo arrivati alla situazione che vi prospetto da almeno due anni: a forza di calciare avanti il barattolo, Qe dopo Qe, taglio dei tassi dopo taglio dei tassi, si arriva al punto di essere con le spalle al muro. E stavolta ci siamo davvero. Ma tranquilli, a mio modo di vedere la Fed non arriverà a un azzardo tale, sarebbe come dichiarare guerra al mondo intero per via finanziaria e l’aria mi pare già abbastanza pesante in giro. Ha due alternative: alzare a dicembre di 0,25, far partire un po’ di caos sui mercati (cosa che danneggerebbe non poco la Russia, ad esempio) e poi, a marzo, riunione di emergenza, tassi giù di nuovo (magari in negativo) e ancora un po’ di Qe. Nessuno, nel panico che aleggerà, vorrà spiegazioni o scuse dalla Yellen. Oppure sfruttare l’alibi dell’instabilità geopolitica da subito, mantenere i tassi a zero nella riunione del 15-16 dicembre e di fatto mandare ai mercati il segnale che anche per tutto il 2016 non se ne parlerà, visto che ci sono anche le presidenziali per la Casa Bianca.

Sono abbastanza certo che andrà così e sapete perché? Me lo dice il primo grafico a fondo pagina, il quale ci dimostra plasticamente come nella guerra valutaria globale in corso l’Europa stia vincendo e gli Usa stiano perdendo. Lo dimostrano appunto i dati delle più grandi corporations Usa, quelle del Dow 30, le quali hanno tutte registrato cali di vendite in Europa nel terzo trimestre di quest’anno, proprio come conseguenza del rafforzamento del dollaro. Gli impatti dei cambi, infatti, hanno colpito le vendite con un calo del 7,4%, stante i deprezzamenti su base annua di euro, yen e real brasiliano sul biglietto verde, rispettivamente del 15%, 14% e 37%. Delle trenta compagnie prima citate, solo 11 hanno fornito i numeri relativi all’Europa nel terzo trimestre e nove di queste hanno registrato cali su base annua, mentre le altre due hanno comunque registrato impatti negativi del dollaro forte sulle loro performance di mercato. E siccome le vendite al dettaglio sono già in fase molto negativa nel mercato interno Usa, come ci mostra il secondo grafico e i consumi pesano per il 70% del Pil statunitense, non si può perdere ulteriore tempo, prima che il trend dei corsi azionari compia re-coupling con quello delle vendite e vada a schiantarsi: le corporations Usa hanno bisogno dei benefici della svalutazione, di un dollaro debole e ne hanno bisogno adesso. Cosa farà la Fed, volterà loro le spalle, alzando i tassi a dicembre?

Io ne dubito, ma se lo farà sarà solo per garantirsi mano libera entro marzo per una maxi-misura salva mercato. Fossi nella Bce, starei allerta: tutto possiamo permetterci nell’eurozona, tranne uno shock rialzista dell’euro in un contesto di ripresa anemica, la deflazione che ancora incombe e il Qe in atto che verrebbe di fatto depotenziato e spazzato via.

 

 

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