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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I "guai" del Canada per colpa del petrolio

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E il mercato azionario conferma il trend, visto che nove delle dieci aziende meglio performanti sull’indice benchmark nazionale hanno focalizzato il loro business sull’operatività estera piuttosto che sull’espansione nel mercato interno. E se il primo grafico a fondo pagina ci mostra come due mesi fa il Canada sia entrato ufficialmente nella sua prima recessione dopo la crisi finanziaria, è l’intero quadro macro del Paese a lanciare segnali di allarme. Il secondo grafico ci mostra infatti come a ottobre il settore manifatturiero sia letteralmente crollato, anche al di sotto di quello cinese in netto rallentamento e i minimi record hanno riguardato sia la produzione che i nuovi ordinativi che il dato occupazionale su base mensile. Inoltre, le nuove vendite legate all’export, sempre a ottobre, sono calate per la prima volta da aprile, con i risultati dei sondaggi tra i manager che parlano chiaramente di condizioni economiche globale in indebolimento che stanno colpendo duro i volumi di business. Insomma, nemmeno il dollaro canadese nettamente svalutato verso il dollaro Usa forte sta aiutando l’export del Paese.

Di converso, sono saliti molto e velocemente i costi della produzione, ponendo ulteriore pressione sui margini operativi delle aziende: inoltre, il Paese sta per entrare nel 12mo mese di deficit commerciale di fila. Insomma, per chi pensava - come me - che sarebbero state altre le prime vittime del crollo dei prezzi e della fine del ciclo del petrodollaro, è stato abbastanza stupefacente vedere la rapidità del deterioramento delle condizioni fiscali e macro di un Paese come il Canada che vanta ancora rating AAA, insomma una roccia delle stabilità economica che comincia a franare. Quanto ci vorrà, avanti di questo passo, prima che la recessione conclamata si tramuti in depressione di lungo corso, visto che le valutazioni del prezzo del petrolio non accennano a voler sfondare in maniera stabile quota 50 dollari al barile?

Una cosa è certa, a segnalare come la situazione sia davvero seria ci ha pensato proprio ieri la decisione dell’azienda di Calgary, Transcanada, di chiedere agli Stati Uniti di sospendere la richiesta di permesso di esplorazione per la pipeline Keystone XL, come ci mostra il terzo grafico, «ponendo il progetto in uno stato indefinito di limbo fino a dopo le elezioni presidenziali Usa del 2016». Insomma, da un lato il sintomo della crisi, dall’altro un chiaro segnale politico di appeseament verso Obama, il quale ha sempre osteggiato il progetto e ora può godersi la sua sospensione a tempo indefinito senza essere stato lui a decretarla. Tanto più che l’ultimo report dell’Iea parla chiaramente di mercato globale del petrolio che resterà saturato anche per tutto il 2016, con crescita della domanda in rallentamento e l’export iraniano destinato a far aumentare ancora il lato dell’offerta una volta che saranno tolte del tutto le sanzioni.

Per l’International energy agency, nonostante la fornitura di greggio al di fuori dell’Opec sia vista in parabola discendente, sarà il lato della domanda a indebolire i prezzi, visto che dai massimi di cinque anni registrati quest’anno si passerà a un rallentamento legato proprio agli outlook economici in peggioramento a livello mondiale: insomma, il mercato sarà sbilanciato un po’ più a lungo di quanto si pensasse.