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SPY FINANZA/ I "guai" del Canada per colpa del petrolio

Pubblicazione:mercoledì 4 novembre 2015

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Venerdì scorso Standard&Poor’s ha tagliato il rating dell’Arabia Saudita dopo che Riyad ha presentato i propri conti pubblici, i quali hanno evidenziato come il Paese sia passato da un surplus di budget pari al 7% del Pil nel 2013 all’attuale deficit di budget pari al 16% del Prodotto interno lordo, il tutto a causa del crollo del prezzo del petrolio degli ultimi 18 mesi. Quindi, le già provate casse saudite ora dovranno pagare un prezzo più alto per finanziarsi, proprio a causa di quel rating azzoppato che rende più rischioso prestarle denaro, sia attraverso finanziamento diretti che attraverso l’emissione di debito, la quale solo questa estate ha visto bond per oltre 4 miliardi di dollari collocati a rendimenti sempre più alti dopo otto anni in cui non ci si presentava sul mercato obbligazionario sovrano.

Ecco il risultato, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina: il cds saudita continua a salire e oggi è al massimo dal 2009, mentre il secondo grafico, aggiustato alle dinamiche del prezzo del petrolio, ci mostra come nonostante il prezzo del petrolio sia più basso oggi dei minimi del 2009, il cds implicito legato al petrolio è inferiore al livello che toccò all’epoca. Insomma, con i rischi addizionali offerti dalla proxy war in Yemen contro l’Iran, il cds saudita ha spazio per correre ancora e l’attuale percezione di Riyad come "cassaforte" del mondo arabo potrebbe cessare del tutto, se il prezzo del petrolio non salirà, garantendo respiro alle casse statali: insomma, il credit default swap saudita è letteralmente una bomba a orologeria innescata.

Ma c’è anche qualcun’altro che sta patendo e parecchio la fine del ciclo delle commodities, un Paese insospettabile e che vanta una sfavillante tripla A di rating: il Canada. Stando all’ultimo report di Bank of America, il cosiddetto bilancio basico del Paese - una combinazione del conto corrente e capitale che tiene dentro di sé dal commercio al flusso dei mercati finanziari - è passato da un surplus pari al 4,2% del Pil a un deficit del 7,9% nei 12 mesi terminati lo scorso giugno, la stessa dinamica dell’Arabia, ma anche il più rapido deterioramento dei conti pubblici tra le 10 nazioni più sviluppate al mondo. E il terzo grafico ci mostra anche di peggio, ovvero come le fughe di capitali dal Paese siano anch’esse le più rapide tra i Paesi sviluppati e le più veloci in assoluto da sempre a causa della fine dei dieci anni di boom legati al superciclo del petrolio.

Per Credit Suisse, «questi sono soldi di investitori canadesi che muovono i loro capitali all’estero, visto che negli ultimi dieci la politica in Canada ha basato tutto sugli investimenti energetici, ma con il crollo dei prezzi questi non sono più profittevoli». Il crollo del prezzo, di fatto, ha bloccato o fatto rinviare molti progetti strategici, soprattutto legati all’oil sands, una delle regioni di produzione del greggio più care al mondo: con l’alt di Royal-Dutch Shell al progetto di trivellazione a Carmon Creek dello scorso weekend, i progetti rinviati o sospesi sono saliti a 18 da inizio anno. Ma dove vanno quei soldi in uscita? Molte aziende canadesi con un cash-flow ancora positivo avevano cominciato da mesi a guardarsi in giro per acquisizioni all’estero: la Royal Bank of Canada, ad esempio, sta cercando di comprare la City National Corporation con base a Los Angeles per 4,5 miliardi di dollari, la sua acquisizione più grande di sempre. In totale, da inizio anno l’outflow netto per fusioni o acquisizioni, completate o annunciate, da aziende canadesi è di 73 miliardi di dollari canadesi.

 

 

 


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