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FINANZA E POLITICA/ La "toppata" di Renzi che può costarci la ripresa

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Draghi alla Cattolica ha ripetuto che gli strumenti a disposizione della Bce non sono esauriti e nella riunione dei primi di dicembre potrebbe essere varata una seconda fase del Quantitative easing se l'inflazione resta piatta e la crescita troppo fiacca. Il Qe ha avuto un effetto positivo con ricadute nette sull'economia reale. 

La Banca d'Italia ha pubblicato in aprile uno studio di due economisti del suo sevizio studi, Pietro Cova e Giuseppe Ferrero, secondo il quale tra il 2015 e il 2016 i bassi tassi d'interesse e l'acquisto di titoli daranno una spinta alla crescita italiana dell'1,4% sia direttamente (costo del denaro e prezzi degli aste) che indirettamente (calo dell'euro e spinta all'export). Mezzo punto viene incorporato nella crescita di quest'anno e quasi un punto l'anno prossimo. Ciò vuol dire che il contributo della politica fiscale del governo sarà nettamente inferiore. Ma quanto potrà ancora spingere Draghi? E cosa dovrebbe fare il governo, secondo le autorità monetarie, per compensare l'esaurirsi della spinta propulsiva del Qe?

Il vice direttore generale della Banca d'Italia, Luigi Federico Signorini, nel corso dell'audizione sulla legge di stabilità di fronte alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato ha detto che "la ripresa è cominciata in Italia e nell'area euro, ma i rischi maggiori sono che il rallentamento delle economie emergenti si aggravi e abbia effetti più seri sulle economie avanzate di quanto successo finora". A questo scopo occorre in primis spingere sulla riduzione del debito pubblico già a partire dal 2016, un impegno importantissimo che l'Italia non deve assolutamente mancare. "Se si vuole mantenere e consolidare la fiducia dei mercati è importante assicurare una riduzione del debito chiara, visibile e progressiva nel tempo". Dovrà poi aggiungersi un intenso lavoro volto a contenere la spesa primaria corrente "fondamentale per il risanamento dei conti pubblici", ha ribadito Signorini. 

Quel che pensano Draghi e la Banca d'Italia sulla manovra di politica economica per il prossimo anno si può sintetizzare così: Renzi ha fatto bene a presentare una manovra espansiva (sia pur moderatamente) anche a costo di aumentare il disavanzo (che resta in ogni caso sotto il 3%). Ha fatto male a non tagliare la spesa e a non continuare con la riduzione delle imposte sul lavoro, completando il percorso cominciato con gli 80 euro. Fa male a non dare priorità a una riduzione del debito, al di là di quel che avverrà automaticamente per l'aumento del tasso di crescita in termini nominali. Anche perché se continua la deflazione non è detto che il Pil cresca a sufficienza. Draghi non gufeggia, ma avverte che bisogna cambiare marcia. È suo dovere. Dovere del governo è non fare orecchi da mercante. 



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