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FINANZA E POLITICA/ La "toppata" di Renzi che può costarci la ripresa

Il futuro dell'economia italiana sembra farsi roseo. Tuttavia non mancano richiami a misure che il Governo non sembra voler prendere, ricorda STEFANO CINGOLANI

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Né gufi, né corvi, ma Draghi (con la maiuscola). Le nuvole che incombevano sull'economia italiana si tingono di rosa, l'Unione europea farà la brava e non romperà troppo le scatole, il governo Renzi può aumentare il deficit pubblico (anche se meno di quel che vorrebbe, due decimi di punto anziché quattro), riprendono i consumi, la produzione industriale torna a salire, la disoccupazione scende (sia pur di poco). Insomma il rimbalzo c'è, un rimbalzino rispetto ad altre fasi, ma non è fasullo. Del resto l'intera zona euro cresce lentamente, meno di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti in tutti questi anni. Quanto alla Germania, il Paese che aveva saputo approfittare della recessione (e anche dei guai altrui) adesso rischia di diventare la malata d'Europa. Per carità, teniamoci Angela Merkel, scrive l'Economist nella sua storia di copertina, con tutto quel che sta passando (dalla Volkswagen agli immigrati, dalla Deutsche Bank al rallentamento della congiuntura) se cade lei sono guai, al suo posto verrebbero senza dubbio politici peggiori. 

Renzi, dunque, può tirare un sospiro di sollievo. Alleggerito dal peso di un'Unione europea che la Germania trionfante aveva trasformato in una mitica Parca pronta a tagliare il filo che lega un Paese in difficoltà alla sua sopravvivenza economica, il capo del governo punta su una legge finanziaria dal sapore elettorale che rinvia di un anno le scelte più difficili, quelle politicamente costose, agisce su terreni sensibili riducendo le tasse sulla casa, copre due terzi delle uscite in disavanzo, sicuro che gli elettori apprezzeranno (tutti sono contenti se si può fare domani quel che si deve fare oggi). L'anno prossimo si vota nelle maggiori città (Torino, Milano, Roma, Napoli) e l'appuntamento è la prima prova della verità. 

Resta Mario Draghi, voce che parla (perché lui non grida mai) nel deserto. Intervenendo all'Università Cattolica di Milano per l'inaugurazione dell'anno accademico si è distinto dal trionfalismo ufficiale che contagia anche la grande stampa. "Siamo di fronte a una situazione in cui la dinamica dei prezzi è molto debole - ha ricordato -, il quadro macroeconomico è ancora incerto". E ancor più lo sarà quest'inverno se la Federal Reserve imboccherà la exit strategy aumentando il costo del denaro (il primo rincaro sarà appena percepibile, un quarto di punto, ma quel che conta è il segnale) e quando la frenata cinese, la recessione del Brasile, la crisi di quasi tutte le economie emergenti, si saranno rovesciate completamente sulle esportazioni vero fattore trainante della ripresa. L'impatto è già forte sulla Germania il cui prodotto lordo dipende per circa la metà dall'export, e si fa sentire anche sull'Italia perché due terzi delle merci vendute all'estero sono destinate all'industria e ai consumatori tedeschi. 

Uno dei motori della congiuntura, dunque, non tira, resta la politica monetaria, la quale, però, non può fare tutto. Continua a ripeterlo Draghi lasciato solo dai governi, in particolare quelli che non vogliono compiere il passo ulteriore verso una maggiore integrazione fiscale e bancaria. Tra questi la Cancelleria berlinese che pure nel passato e a parole sembrava federalista. Il paradosso è che adesso Parigi vorrebbe una politica di bilancio comune, contando sul fatto che esiste ormai nell'area euro una maggioranza contraria all'austerità in versione teutonica, mentre la Germania intende migliorare i meccanismi esistenti senza cambiare nulla.