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SPY FINANZA/ Così l'Arabia Saudita può finire "in ginocchio"

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E con Riyad che è dovuta tornare sul mercato obbligazionario sovrano per la prima volta dopo 8 anni questa estate, in cerca di finanziamento non certo a basso costo, il primo grafico a fondo pagina ci mostra le proiezioni della ratio debito/Pil del Paese, la quale sarà cresciuta di sette volte entro la fine del prossimo anno e poi di altre cinque volte da lì alla fine del 2020. Quindi, paradossalmente, Standard&Poor's nel definire il deficit fiscale al 16% per quest'anno e al 10% nel 2016 ha forse dipinto un quadro financo roseo della situazione reale dei conti sauditi: il tutto, al netto delle prospettive per la crescita del Pil rappresentate nel secondo grafico. 

Ma c'è di peggio, un qualcosa che sa di biblico. Per la prima volta dopo decadi, i sauditi non solo hanno a che fare con un deficit di conto corrente, ma anche con una crisi più basica, ovvero il prosciugamento degli acquedotti e quindi l'impossibilità di coltivare il grano nell'aree desertiche come fatto fino all'anno scorso. Sebbene possa sembrare impossibile, per anni e anni sorvolando i cieli sauditi si trovavano solo tre punti fermi nella vastità del deserto: pozzi petroliferi, oasi e campi di grano. Nonostante il clima torrido e virtualmente esente da pioggia, grazie agli acquedotti e ai sistemi di irrigazione, il Regno non è stato solo il maggior produttore di petrolio, ma anche di grano, il quale era la seconda voce dell'export ed era coltivato in quantità tale da poter sfamare Kuwait, Emirati Arabi, Qatar, Bahrain, Oman e Yemen. Le cosiddette "fattorie circolari del grano", con un sistema di irrigazione al centro, sono spuntate come funghi nel deserto tra gli anni Ottanta e Novanta, rendendo possibile a chi guardava dall'alto in primavera scorgere punti verdi tra il giallo arroventato del deserto. Ora però sono rimasti soltanto i pozzi petroliferi, perché le fattorie circolari sono state chiuse per preservare l'acqua degli acquedotti che le irrigavano: e come ci mostra il terzo grafico, l'anno prossimo per la prima volta l'Arabia sarà totalmente dipendente dall'importazione di grano, un ribaltamento a 180 gradi non solo dall'autosufficienza, ma anche dal ruolo di esportatore nell'area. 

Anche Riyad, nel 2016, entrerà a far parte del club dei Paesi che, in base a un adagio molto noto tra chi tratta commodities, «vende idrocarburi per comprare carboidrati». E il mercato se n'è già accorto, visto che Swithun Still, direttore del trade sul grano alla Solaris Commodities di Morges, in Svizzera, ha dichiarato trionfante a Bloomberg che «l'Arabia Saudita è il nuovo più grande compratore di grano che sta emergendo, un mercato nuovo e molto remunerativo che si sta aprendo». E i numeri ci sono, visto che parlando a una conferenza a Riyad lo scorso mese, Ahmed bin Abdulaziz Al-Fares, direttore operativo della Grain Silos and Flour Mills Organization, l'agenzia statale che gestisce l'import di cereali, ha dichiarato che il Paese importerà 3,5 milioni di tonnellate metriche il prossimo anno, un aumento di 10 volte dalle 300mila tonnellate del 2008, il primo anno in cui le coltivazioni locali non hanno garantito la piena autosufficienza. Da allora siamo passati al 100% di dipendenza dall'export prevista per il 2016. Entro il 2015 le previsioni sono di un aumento a 4,5 milioni di tonnellate metriche, visto che l'andamento demografico sarà il driver per la domanda di farina, dato che posizionerà l'Arabia Saudita tra i 10 maggiore acquirenti di grano al mondo. 


COMMENTI
07/11/2015 - Arabic sboom (Giuseppe Crippa)

Grazie Bottarelli per i suoi sempre più interessanti articoli di geopolitica! Le domande che pone anche oggi sono davvero acute e sarebbe bello che qualcuno – anche qui sul Sussidiario - provasse a rispondere… Proprio vero che il mondo sta cambiando senza che ce ne accorgiamo (o quasi, anche grazie a Lei).