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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Così l'Arabia Saudita può finire "in ginocchio"

Da forza militare, religiosa ed energetica dell'area, l'Arabia Saudita sta finendo i soldi, l'acqua e anche il grano. MAURO BOTTARELLI ci spiega cosa sta accadendo a Riyad

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La scorsa settimana vi ho dato notizia dell'ennesimo segnale di indebolimento politico ed economico dell'Arabia Saudita, ovvero il fatto che Standard&Poor's abbia operato il downgrade del rating di credito, sceso ad AA- a causa del prolungamento andamento ribassista del prezzo del petrolio e del conseguente aumento del deficit fiscale del Paese. È la vecchia questione del ciclo del petroldollaro, ovvero con meno entrate dell'export petrolifero, i principali Paesi produttori non hanno più un surplus di capitale da "riciclare" in assets denominati in biglietti verdi e, anzi, drenano capitale invece che immetterne nel sistema finanziario globale. 

Il grafico a fondo pagina è esaustivo della situazione: l'Arabia Saudita ha 650 miliardi di dollari di riserve valutarie, quindi un cuscinetto di tutto rispetto, ma non è solo il peso del basso costo del petrolio a porre pressione sul tesoretto di Riyad, ma anche il finanziamento della proxy war in Yemen, il mantenimento dello standard di vita dei suoi cittadini attraverso servizi e welfare e il sostegno del peg del riyal con il dollaro. Detto fatto, si comincia a mettere mano alle riserve. E attenzione, perché i costi del mantenimento dello status quo sono davvero altissimi, nonostante l'idea che ognuno ha dell'Arabia Saudita sia quella di un Paese enormemente ricco. 

I cittadini del Regno, infatti, godono dei cosiddetti sussidi per il carburante, un qualcosa che ad esempio gli Emirati Arabi Uniti hanno eliminato quest'anno: se Riyad seguisse questo esempio, il governo avrebbe entrate supplementari per 27 miliardi di dollari, circa il 20% dell'attuale deficit di budget. Il problema è che a livello demografico il differenziale tra i due Paesi è enorme e l'impatto economico per i sauditi sarebbe di non poco conto, visto che porterebbe il pezzo da 0,11 dollari al litro a 0,5 dollari. Altra strada potrebbe essere quella di aumentare le tariffe dell'elettricità, una vera sfida per il consumo residenziale (che rappresenta il 51% del consumo aggregato) dato l'impatto socio economico che avrebbe sulla popolazione: inoltre, innalzare le tariffe al livello degli Emirati arabi uniti potrebbe garantire un aumento delle entrate pari a 3 miliardi di dollari, ma, anche se questa voce garantisce un impatto maggiore del settore chimico, il combinato di bolletta elettrica residenziale+industriale pesa solo per il 2,3% del deficit di budget. 

Un altro settore in cui si potrebbe intervenire è quello idrico, visto che i sauditi sono tra i cittadini che pagano l'acqua meno al mondo, 1 riyal per metro cubo per un consumo di 50 metri cubi al mese, questo nonostante non vivano in un Paese ricco di ghiacciai e dal clima torrido. Insomma, paradossalmente il prezzo maggiore che le casse di Riyad è quello per pacificare le masse ed evitare a ogni costo che si sviluppino i prodromi di "primavere arabe" nel Paese: si paga a caro prezzo la pace sociale attraverso il welfare e sussidi sui servizi essenziali, ma si sta già mettendo mano alle riserve e con il petrolio che non accenna a salire di prezzo e la guerra in Yemen che non va affatto come si sperava, il rischio è che si debba attingere ancora per parecchio. 



COMMENTI
07/11/2015 - Arabic sboom (Giuseppe Crippa)

Grazie Bottarelli per i suoi sempre più interessanti articoli di geopolitica! Le domande che pone anche oggi sono davvero acute e sarebbe bello che qualcuno – anche qui sul Sussidiario - provasse a rispondere… Proprio vero che il mondo sta cambiando senza che ce ne accorgiamo (o quasi, anche grazie a Lei).