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VISTO DALLA CITY/ Brexit, Londra è divisa (e chiede consiglio a Varoufakis)

Pubblicazione:lunedì 9 novembre 2015

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È una sorta di taboo e la gente non vuole parlarne: “Se la Commissione europea non fosse a Bruxelles, ma a Manchester, o a Milton Keys, e se invece di avere nomi bizzarri, come Jean-Claude Juncker, avesse nomi anglosassoni, non ci sentiremmo più rilassati?” domanda de Rosnay. La crisi dell’immigrazione ha contribuito, in queste settimane, alle forti oscillazioni dei sondaggi a favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. Se l’immigrazione è un problema, lo sono anche i politici populisti, dice de Rosnay.

Per Kelleher di Morgan Stanley le banche hanno il compito di informare circa le conseguenze economiche, ma in Europa - più che negli Stati Uniti - le banche hanno un problema di credibilità. “Possono accadere un sacco di cose da qui a un anno”, aggiunge Bardrick di Citi. Il fronte degli “in” è la maggioranza negli ultimi sondaggi, ma stanno aumentando gli “out” e c’è un centro “molto soft” tra due estremità dure. “Questo centro è quello che mi preoccupa,” dice. Standard & Poor’s recentemente ha detto che il rating sulla Gran Bretagna potrebbe subire un taglio di due livelli se il paese votasse l’uscita dall’Europa.

Anche Moody’s sta seguendo attentamente la situazione. Alastair Wilson, head of sovereign ratings presso Moody’s Investors Service, dice che le implicazioni di una “Brexit” dipenderanno molto dalle soluzioni che saranno messe in atto se la Gran Bretagna non fosse più membro dell’Unione. “C’è un elemento negativo su tutto ciò che danneggerà gli accordi commerciali del Regno Unito,” dice Wilson. L’impatto di Brexit sul paese dipenderà da quali soluzioni saranno attuate per rimpiazzare gli accordi commerciali di cui ora gode il Regno Unito in quanto membro dell’Unione, spiega.

Il primo ministro David Cameron aveva promesso che se i Tories avessero vinto le elezioni a Maggio 2015 avrebbe rinegoziato i termini della partecipazione britannica all’Unione Europea e indetto un referendum a fine 2017. Ora i tempi stringono per la rinegoziazione. Ma cosa chiede la Gran Bretagna? Innanzitutto una generale esortazione a una maggiore competitività dell’Unione (estensione del mercato unico, abolizione della regolamentazione inutile e meno burocrazia, etc.). Il primo ministro chiede poi che i parlamenti nazionali abbiano il potere di porre un freno alla legislazione di Bruxelles. Cameron vuole, per il Regno Unito, la facoltà di “opt-out” dall’obiettivo EU di una sempre maggiore integrazione.

C’è poi il tema dei “benefits” per i lavoratori Ue in Gran Bretagna. Inoltre, Londra vuole linee più marcate tra paesi che hanno adottato l’euro e paesi membri che mantengono la propria moneta e garanzie che i primi non calpestino i secondi e quindi non danneggino la City. Tra gli investitori c’è chi ricorda che l’Unione europea è il principale partner commerciale della Gran Bretagna. Non solo, nel Paese arrivano gli investimenti dall’Asia e dagli Stati Uniti. Ma sia la Cina che gli Stati Uniti hanno espresso la loro contrarietà a una eventuale uscita dall’Unione della Gran Bretagna.



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