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FINANZA/ La bad bank che fa "storcere il naso" ai banchieri

Pubblicazione:martedì 1 dicembre 2015

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"Perché le banche non prestano soldi?": è la domanda che mi sono sentito rivolgere spesso qualche anno fa, soprattutto da gente alla ricerca di mutui con un piano di rimborso all'altezza delle loro possibilità. Per la verità, oggi la situazione è cambiata e i tassi di interesse si sono notevolmente ridotti: a ottobre 2015 il tasso medio sul totale dei prestiti ha toccato il minimo storico, risultando pari al 3,33% (6,18% a fine 2007), mentre il tasso medio sui nuovi mutui per acquisto abitazioni è pari al 2,61% (5,72% a fine 2007). A ciò hanno concorso diversi fattori, tra cui la politica espansiva della Bce che ha contribuito in misura considerevole al quasi azzeramento dei tassi interbancari e, quindi, al basso costo dei prestiti.

Esistono, tuttavia, alcuni problemi che si trascinano da tempo: l'ammontare dei crediti in sofferenza, quelli cioè che è divenuto impossibile riscuotere, è cresciuto fino a 200 miliardi di euro per l'intero sistema bancario italiano: si tratta di una cifra enorme, che richiede ulteriori accantonamenti da parte delle banche per far fronte, diciamo, all'insolvenza dei debitori. Ciò si trasmette all'intera filiera del credito e, insieme a più severi presidi di controllo di fiducia e di qualità dovuti a procedure interne, frena le nuove erogazioni.

Per questo motivo, negli anni passati, i principali Paesi europei (ed extra-europei) hanno adottato le necessarie contromisure: la creazione cioè di "banche cattive" ("bad bank") per raccogliere le sofferenze e consentire alla parte sana della banca interessata dal dissesto di tornare alla tradizionale attività e stimolare l'economia nazionale in fasi delicate. Nel 2008, ad esempio, il governo tedesco stanziò 480 miliardi di euro per l'acquisto dei titoli deteriorati nei bilanci delle proprie banche; nell'operazione con la Commerzbank, salvata con 90 miliardi di euro, lo Stato assunse anche il controllo azionario del 25% del capitale a titolo di garanzia. 

Più o meno la stessa cosa venne fatta in Spagna nel mese di giugno 2012, con la creazione di una "bad bank" di sistema e la richiesta di intervento dell'Ue per la ristrutturazione e la ricapitalizzazione del sistema bancario spagnolo; precedentemente, il premier socialista Zapatero aveva varato, nel 2009, un programma di finanziamento straordinario a favore del settore bancario in crisi.

Quanto all'Italia, diversi commentatori vedono oggi molto male la posizione dell'Unione europea, che, almeno fino a pochi mesi fa, sembrava considerare la creazione di una bad bank italiana alla stregua di aiuti di Stato. Senza nulla togliere alla correttezza e alla comprensibile insofferenza di tali commenti, la bad bank avrebbe dovuto essere realizzata anni fa, ma tra governi tecnici, scelte sicuramente non premianti sul piano elettorale e facili populismi non se n'è mai fatto nulla. Nel frattempo, le banche italiane, che, è bene ricordarlo, differentemente da altri Paesi sviluppati non hanno comportato grossi esborsi di denaro pubblico, si sono industriate per gestire in casa il credito problematico: costituendo internamente società o unità di business dedicate, o stipulando accordi con società estere specializzate in questo settore.


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