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SPY FINANZA/ I numeri che spingono la Francia verso il default

Marine Le Pen (Infophoto) Marine Le Pen (Infophoto)

La maledizione della "gauche caviar" si è concretizzata e paradossalmente senza bisogna che fosse la Force Ouvriere di turno a drenare voci, ci ha pensato l'estrema destra: una nemesi. Interpellata dal Daily Telegraph, la professoressa Brigitte Granvile della Queen Mary University di Londra ha dichiarato chiaro e tondo che «nulla è stato fatto per combattere la disoccupazione, questo nonostante le promesse. Nessuno ha prestato ascolto al malcontento che arrivava dalle classi lavoratrici». E invece ci ha pensato Marine Le Pen a colmare quel gap di rappresentanza e ascolto e lo ha fatto utilizzando parole d'ordine che la sinistra non utilizza più, facendole sposare con concetti più di destra come la sovranità nazionale, l'orgoglio patrio e la sicurezza. La Le Pen parla infatti contro l'Europa dei burocrati e dei banchieri, contro i modelli neo-liberisti, contro la dittatura dei mercati, contro l'euro e contro quella globalizzazione che, nelle sue parole, «dà vita a politiche da legge della giungla per quanto riguarda il mercato del lavoro, permettendo alle multinazionali di pagare salari da fame per produrre in Cina o Taiwan a dispetto del lavoro francese». 

È questa la nuova destra europea, identitaria ma anche anti-sistema e anti-capitalista nel senso più antagonista possibile, legata ai valori tradizionali e paladina dell'ordine, ma anche in grado di mettere in discussione lo status quo, finanziario in prima battuta. Come leggere, altrimenti, il programma della Le Pen per una nuova strategia industriale statale che cancelli le legislazioni Ue sulla competitività e contro gli aiuti di Stato, abbassare l'eta pensionabile a 60 anni e riallineare la tassazione in modo che sia il grande capitale a pagare di più, favorendo i lavoratori. 

Fino agli anni Novanta avremmo parlato di politiche comuniste, oggi le porta avanti chi ha la fiamma tricolore nel simbolo e si richiama alla Marianna e alla Vandea. Non a caso uno dei giudizi più negativi e più netti verso l'agenda politica del Front National è giunto da Pierre Gattaz, segretario della Medef, la Confindustria transalpina, a detta del quale si tratta di ricette radicali rubate alla sinistra che distruggerebbero la Francia, se applicate. 

C'è poi il tasto sovranista in materia monetaria, ovvero la promessa che, non appena giunta all'Eliseo, il suo primo atto da presidentessa sarebbe ordinare al Tesoro di preparare un piano per il ritorno al franco: «L'euro cesserà di esistere nel momento stesso in cui la Francia se ne andrà. E cosa faranno gli altri, ci manderanno contro i carri armati?». No cara Marine, basta lo spread per certe cose, chiedere a Silvio Berlusconi per referenze sul caso. Per il professor Jacques Sapir dell'École des Hautes Etudes di Parigi, è innegabile che il Front National abbia fatto incetta di voti in aree che hanno patito particolarmente la de-industrializzazione e gli shock della globalizzazione, come ci mostra il grafico a fondo pagina, e lo confermano i dati elettorali, visto che il partito della Le Pen è andato bene anche in aree come la Lorena o la Normandia dove il tema immigrazione non è il primo nella lista delle criticità per i cittadini. Il professor Sapin chiama queste aree «le regioni della miseria rurale», visto che subiscono i colpi di una crisi silenziosa, la quale vede chiudere fabbriche medio-piccole che mettono sulla strada 50-70 lavoratori alla volta e le cui vicende non balzano agli onori della cronache giornalistiche o sindacali nazionali. Il tutto, in un Paese dove sono in vigore 383 tasse differenti.