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SPY FINANZA/ I numeri che spingono la Francia verso il default

Pubblicazione:giovedì 10 dicembre 2015

Marine Le Pen (Infophoto) Marine Le Pen (Infophoto)

Dopo la vittoria del Front National al primo turno delle elezioni regionali ho sentito di tutto, sia dagli entusiasti che dai critici. Questi ultimi hanno scomodato qualsiasi riferimento al passato possibile, quasi evocando Vichy e lasciandosi andare ad allarmismi degni di miglior causa. I primi, invece, hanno ammantato il trionfo - temporaneo, visto che domenica c'è il secondo turno - di Marine e Marion Le Pen quasi di una dimensione salvifica per l'intera Europa, scomodando come al solito i popoli e la sovranità. A mio modesto avviso sono due le cose che contano. Primo, il Front National non è un partito fascista, è il classico partito di destra statalista con accenti xenofobi che utilizza tematiche sacrosante - l'immigrazione incontrollata, la sicurezza, la difesa dei valori - come clava da agitare senza ben sapere come risolvere quelle criticità, se non con ricette populiste e inapplicabili nei fatti. Secondo e a mio avviso molto più importante, il voto di domenica scorsa è stato il primo realmente post-ideologico nella Francia repubblicana, perché ha visto sgretolarsi definitivamente il concetto stesso di area di riferimento e classe di rappresentanza. 

Il perché è presto detto e non sta certo in quanto accaduto il 13 novembre scorso a Parigi: non c'entra l'Isis, c'entra un Paese che è intrappolato in una depressione economica ormai decennale. Il tasso di disoccupazione ha continuato a salire dopo la crisi Lehman, garantendo a Francois Hollande il poco piacevole primato di aver assistito da presidente a 83 mesi consecutivi di aumento dei senza lavoro: nel mese di ottobre il numero è cresciuto di altre 42mila unità, arrivando al 10,6%, il massimo da diciotto anni. Il continuo rimandare le riforme necessarie, in primis quella del mercato del lavoro che si basa su un tomo di oltre 3000 pagine e che fa ancora riferimento a un'economia da anni Settanta, ha fatto detonare il pachiderma statalista francese e il debito pubblico transalpino, infatti, è esploso. Alla fine del secondo semestre dell'anno scorso ha infatti superato per la prima volta i 2000 miliardi di euro, giungendo a 2037 miliardi. 

Si tratta di una cifra impressionante - pari al 95% del Pil - che si è incrementata negli ultimi anni, dato che al termine del 2011 era "solo" di 1690 miliardi, stando a calcoli dell'Isee. E oggi? Siamo a 2162 miliardi, il 97,3% del Pil. Quindi, una bella tagliola da Fiscal compact anche per la Francia, visto che in base ai parametri comunitari il debito pubblico non dovrebbe superare il 60% del Pil e le eccedenze vanno tagliate a botte del 20% l'anno. Il tutto in un Paese che vede la spesa pubblica al 57,2% del Pil (un livello scandinavo ma senza un mercato del lavoro e la flessibilità dei Paesi nordici), come ci mostra la tabella a fondo pagina, e che per sette anni di fila ha sforato il parametro del 3% tra deficit e Pil. 

La strage del 13 novembre ha però cambiato tutto, non tanto in favore dei partiti più duri verso l'immigrazione e il terrorismo, ma perché ha portato a un rilassamento emergenziale delle regole di bilancio comunitarie, in primis con l'esclusione delle spese per sicurezza, difesa e intelligence dal computo generale. Hollande sperava nell'effetto Bataclan, ma ha dovuto fare i conti con altro, ovvero con il fatto che il 55% di chi ha votato Front National fa parte della categoria degli operai, come ci mostra il grafico a fondo pagina, ovvero il bacino elettorale storico della sinistra francese. Per questo parlo di voto post-ideologico, perché il Partito socialista ha preso solo il 15% dei voti di quella categoria, un fatto che non rende più possibile a Hollande e sodali di presentarsi come voce della classe lavoratrice e dei ceti meno abbienti. 

 

 


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