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FINANZA E POLITICA/ Il "conto alla rovescia" che preoccupa l'Italia

Pubblicazione:venerdì 11 dicembre 2015

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Un anno fa in un report di Goldman Sachs si ipotizzava l'aumento del petrolio a un massimo di 200 dollari al barile. Alla base della previsione c'erano considerazioni macroeconomiche (la ripresa Usa) e geopolitiche, vedi la crescita dei focolai di tensione nelle aree strategiche per l'estrazione del greggio. Gli stessi analisti oggi non escludono che le quotazioni possano scivolare attorno ai 20 dollari. Basta questa considerazione per capire che le previsioni sul greggio possono esporre a pessime figure gli uffici studi più preparati e meglio attrezzati. 

Ne sa qualcosa The Economist che, a fine anni Novanta, azzardò una copertina in cui prevedeva il greggio a 5 dollari al barile. Manco a dirlo, l'oro nero imboccò la strada del rialzo fino a quotazioni a tre cifre. Esempi del genere non sono rari nella storia del greggio, la materia prima che da più di un secolo è al centro degli interessi economici dell'intero pianeta. Oggi come sempre, nonostante la crescita dell'economia verde. Oggi, forse, il quadro è ancor più complicato. Vediamo perché.

1- Dietro il ribasso del greggio c'è senz'altro il conflitto all'interno del mondo islamico. Anche alla fine degli anni Novanta il ribasso delle quotazioni dell'oro nero era coinciso con il braccio di ferro tra i sunniti e gli sciiti. Oggi, tra le prime preoccupazioni dell'Arabia Saudita c'è la volontà di non lasciar spazio al rientro sul mercato dell'Iran con la prossima fine dell'embargo. A complicare lo scenario, ovviamente, ha contribuito l'irruzione sulla scena dello Stato islamico. 

2- L'aspetto geopolitico si innesta su un quadro finanziario assai delicato. In questi mesi la pressione dell'Arabia Saudita, che ha continuato a pompare greggio senza ridurre la produzione, ha avuto l'effetto di mettere fuorigioco una parte dello shale oil Usa, accusato di essere all'origine della sovrapproduzione. Ma i più colpiti non sono tanto i petrolieri del Texas quanto una parte di Wall Street. Alle spalle dello shale oil, infatti, ci sono circa 200 miliardi di dollari in obbligazioni ad alta cedola, junk bonds o comunque finanziamenti ad alto rischio legato allo sviluppo di un comparto strategico, da cui dipende la ritrovata indipendenza energetica americana. 

3- Ovviamente il quadro deve tener conto anche gli altri Paesi produttori, dalla Russia al Venezuela, tutti più o meno colpiti dal calo delle quotazioni delle materie prime (collegate al trend del petrolio), ma anche legati a doppio filo alle evoluzioni del dollaro e dei tassi americani, cui sono sempre più sensibili alla luce della crescita esponenziale del debito in valuta Usa. Non a caso, i problemi crescono mano a mano che si avvicina la stretta Usa, prevista per giovedì prossimo. 

4- Queste note, pur sommarie, possono offrire una prima spiegazione della situazione all'apparenza folle dei mercati: la domanda di greggio è inferiore all'offerta, ma i produttori continuano a produrre più di quello che i consumatori chiedono. Un po' per considerazioni strategiche (vedi l'Arabia Saudita), un po' per necessità di bilancio (vedi Russia, Nigeria o altri Stati impegnati a far quadrare il budget in tempi di crisi), un po' (specie negli Usa) per non far scattare i famigerati covenant, ovvero le soglie oltre le quali scatta la necessità di restituire i quattrini o rinegoziare i debiti. Un incubo per i produttori, ma, come abbiamo visto, ancor di più per i creditori. Perciò si continua a produrre, spesso in perdita, confidando nel basso costo del denaro. 


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