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SPY FINANZA/ Le manovre dell'Arabia Saudita per "comprarsi" gli Usa

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Insomma, una situazione molto delicata che si sta riverberando anche sul livello di repressione che il regime teocratico sta mettendo in atto per scongiurare possibili proteste o rivolte popolari, tanto che a oggi sono in 53 i cittadini imprigionati e in attesa di essere decapitati, tra cui lo sceicco Nimr al-Nimr, il religioso sciita condannato a morte per avere guidato proprio le proteste popolari del 2012. Come può, quindi, un Paese che ha gli stessi metodi di gestione della giustizia dell'Isis, come ci mostra la tabella a fondo pagina, presiedere la Commissione per i diritti umani dell'Onu, fare affari con i Paesi occidentali e, soprattutto, restare un solido all'alleato degli Stati Uniti, quando anche i bambini oramai conoscono i palesi link sauditi agli attacchi dell'11 settembre? 

Semplice, attraverso un network di propaganda capillare e sofisticatissimo. E Ryad ha operato alla grande e senza badare a spese in tal senso, come ha scoperto il giornalista Lee Fang di "Intercept" che da tempo segue e svela le operazioni di propaganda mediatiche saudite presso il mondo politico e il comparto industriale statunitense. Lo scorso marzo, subito dopo aver lanciato i primi attacchi aerei e dato via alla missione di terra in Yemen, ad esempio, l'Arabia Saudita ha cominciato a impegnare significative risorse per un vero e proprio blitz di pubbliche relazioni a Washington: un campagna di PR in piena regola, necessaria per nascondere il più possibile al mondo il feroce attacco contro uno dei Paesi più poveri del Medio Oriente, una campagna che fino a oggi ha reclamato quasi 6mila vittime e migliaia e migliaia di rifugiati nella vicina Somalia. 

Al centro dell'operazione di immagine e dell'offensiva di simpatia verso gli Usa c'è stato il lancio di un portale media operato da consulenti di alto livello per la campagna elettorale del Partito Repubblicano Usa, l'apertura di un sito Internet in lingua inglese dedicato a "imbellettare" gli sviluppi della guerra in Yemen a favore dei sauditi e alcune cene molto eleganti e glamour con politici di alto livello e rappresentanti dell'elite economica, durante le quali ovviamente si operava al fine di accaparrarsi i favori di regolatori e giornalisti. 

Ma non solo. Alla faccia dell'austerity in patria, l'ambasciata saudita a Washington ha ingaggiato il fratello del capo della propaganda elettorale di Hillary Clinton, il leader di uno dei più grandi gruppi di pressione del Partito Repubblicano e anche uno studio legale con stretti legami con l'Amministrazione Obama. Inoltre, per non farci mancare nulla, Ignacio Sanchez, uno dei principali raccoglitori di fondi per Jeb Bush, è un lobbista per la causa saudita. Insomma, per usare un gergo di strada, sono belli coperti. 

Nel mese di settembre, il Regno saudita ha aiutato a sponsorizzare eleganti galà per l'elite del business di Washington presso il Ritz Carlton Hotel e l'Andrew Mellon Auditorium: alla presenza di Re Salman, in sala si trovavano i principali dirigenti della General Electrics e della Lockheed Martin, il presidente della catena Marriott International e tutto il fior fiore dei funzionari dei principali think tank. Ma non basta, perché come nella migliore tradizione dello spin, sono anche i numerosi progetti no-profit finanziati dal governo a operare attraverso i media in favore del profilo democratico di Ryad. 

 


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