BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Le manovre dell'Arabia Saudita per "comprarsi" gli Usa

Pubblicazione:sabato 12 dicembre 2015

Infophoto Infophoto

Dopo la decisione dell'Opec di non tagliare la produzione petrolifera, di fatto un viatico all'aumento della saturazione di offerta globale di petrolio, l'Arabia Saudita ha qualche nemico dichiarato in più: la Russia, in primis. Ma non in Occidente, stranamente. Come mai? Formalmente, fatti salvi i residui degli ambienti neo-con nostrani e gli addentellati pseudo-intellettuali del fallacismo, tutti in questi ultimi giorni sarebbero dovuti scendere a patti con due realtà. Primo, la Turchia è quantomeno ambigua nella sua presunta lotta al terrorismo e, secondo, l'Arabia Saudita ne è la quinta colonna in abito presentabile all'interno del G-20, oltretutto con la leva del ricatto petrolifero pronta a essere utilizzata per finalità non economiche ma geostrategiche. Entrambe, comunque, sono fedeli alleati Usa e Nato. 

Se nel primo caso sono l'inettitudine e l'autolesionismo europeo a fare da contraltare alle evidenze sempre più schiaccianti, per quanto riguarda Ryad l'assicurazione sulla vita e sulla presentabilità è garantita dal supporto appunto degli Stati Uniti. I quali, ovviamente, operano per due ragioni: primo, l'Arabia è un proxy in un'area calda che bisogna mantenere amico per tutelare gli interessi e, secondo, Ryad ha saputo vendere bene il proprio prodotto proprio negli Usa, con una rete di spin politico da fare impressione anche ai più grandi comunicatori del mondo occidentale. 

Prima di farvi entrare nel meraviglioso mondo della manipolazione mediatica e comunicativa di Ryad, però, qualche numero per mettere le cose meglio in prospettiva. A Ryad conta una persona sola, il principe Mohammed bin Salman, trentenne molto determinato e soprattutto accentratore di ogni potere, essendo ministro della Difesa, capo dell'azienda petrolifera Aramco e presidente del Consiglio economico nazionale. Nonostante l'austerity stia segnando l'economia del Paese, con un deficit di budget già al 20% del Pil (140 miliardi di dollari l'anno) a causa delle mancate entrate petrolifere, come ci mostrano i primi due grafici a fondo pagina, il principe è convinto che il Paese possa resistere alle pressioni per un altro anno, nella speranza di fiaccare prima i suoi concorrenti. 

È stato su sua iniziativa che Re Salman ha firmato un ordine, classificato come "altamente urgente", con il quale venivano congelate nuove assunzioni di dipendenti pubblici e bloccati tutti i progetti già messi in cantiere, il tutto per non devastare ulteriormente le riserve valutarie estere già fiaccate dai gap di bilancio da tamponare. La gran parte dei progetti petroliferi di esplorazione, soprattutto in Canada e nell'Artico, sono stati sospesi e si tratta di investimenti da circa 200 miliardi di dollari e stando alle ultime valutazioni, tra il 2015 e il 2019 gli investimenti totali sauditi caleranno di 1,5 triliardi di dollari rispetto a quanto stimato inizialmente. Di più la benzina non costerà più 10 centesimi al litro, sta per essere introdotta l'Iva e una tassa sui terreni: il tutto per non cedere alla guerra petrolifera e per finanziare contemporaneamente la guerra in Yemen, il cui costo è di 1,5 miliardi di dollari al mese e molti osservatori hanno già ribattezzato "il Vietnam saudita". L'ultimo grafico mostra come il credit default swap saudita a 10 anni veda il rischio di bancarotta al 23%, mentre il tasso Sibor a 3 mesi - indicatore dello stress sul credito - è salito ai livelli massimi dalla crisi Lehman. 

 


  PAG. SUCC. >