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Economia e Finanza

DALLA GRECIA/ Il conto ai cittadini per la "fregatura" di luglio

Con il referendum di luglio, dice SERGIO COGGIOLA, i greci si sono illusi di poter decidere del loro futuro. Ma ora devono fare i conti con una dura realtà, nonostante le parole di Tsipras

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Come non essere d'accordo. Yanis Varoufakis ebbe a dire che il referendum di luglio è stato indetto per ottenere un alibi politico che doveva preparare il terreno alla "sottomissione". Il suo successore al ministero delle Finanze, Efklidis Tsakalotos, invece ammise che senza il referendum il gruppo parlamentare di Syriza si sarebbe spaccato. Rottura che poi avvenne. In altre parole dopo sette mesi di "battaglia" con le istituzioni europee e dopo una campagna elettorale condotta sul filo della frode, il governo era costretto a trovare un espediente per uscire dal "cul de sac" in cui si era cacciato - vuoi per inesperienza, vuoi per arroganza. 

Dunque i greci a luglio sono stati chiamati a pronunciarsi, tramite referendum, contro le misure di austerità contenute in un documento di 47 pagine redatto dallo stesso governo ellenico. Sono state rifiutate dal 61,3% dei votanti. Pochi giorni dopo Tsipras ha accettato un accordo ancor più sfavorevole e con un aumento del prestito di 60 miliardi. Non solo, sottomettendosi al diktat dell'Ue ha dichiarato: "Non credo a questo accordo. È un pessimo accordo per la Grecia e per l'Europa, ma ho dovuto firmarlo per evitare una catastrofe". Quale? Quella che il suo stesso governo ha assemblato. 

Panos Kammenos, presidente dei Greci Indipendenti, il partito nazionalista membro della coalizione di governo e ministro della Difesa, ha detto anche lui che accettare l'accordo del 13 luglio è stata una "capitolazione" frutto di un "ricatto" e di un vero e proprio "colpo di Stato". E ha aggiunto, usando il lessico militare: "La Grecia capitola, ma non si arrende", e ha chiesto ai deputati della maggioranza di votare a favore dell'accordo.  
Trascorsi alcuni mesi, il "bipolarismo" politico-sociale del governo continua nella sua narrazione e nella sua "invenzione" di nuovi slogan. L'ultimo esempio: per le pensioni. Prima si parlava di "clausola zero debito" delle casse, adesso di "clausola della sostenibilità del sistema previdenziale". Cambia la forma, resta la sostanza: le pensioni verranno ulteriormente tagliate (anzi verranno riconteggiate con nuovi parametri), aumenterà il carico fiscale delle aziende, crescerà il tasso di disoccupazione e di conseguenza diminuiranno i versamenti nelle casse pensioni che verranno unificate in un'unica grande cassa. Il tutto in attesa di investimenti esteri che creino lavoro, ma che non arriveranno domani.