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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Usa-Cina, la battaglia che fa "sospirare" i mercati

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Insomma, il dato generale lascia qualche speranza rispetto a un miglioramento dei prezzi dell’import nei prossimi mesi, ma qualcos’altro è emerso dal dato reso noto sul finire dalla scorsa settimana dal Bureau of Labor Statistics (Bls): ovvero che l’importazione di deflazione degli Usa è appena iniziata e il responsabile è uno solo, la Cina. Basta leggere quanto scritto nel report: «I prezzi dell’import dalla Cina sono scesi dello 0,3% in novembre, pareggiando il risultato minimo dello scorso maggio: insieme queste due letture rappresentano il calo peggiore dal maggio 2013, quando si toccò il -0,6%. Su base annua, il calo dei prezzi dell’import dalla Cina è dell’1,5%, il peggior calo dal gennaio 2010, quando si arrivò a -1,7%». E cosa vuol dire questo? Che la Cina sta esportando deflazione negli Usa al ritmo maggiore dalla crisi finanziaria! E il primo grafico a fondo pagina ci dice che se l’intenzione di Pechino è quella di unirsi a Giappone e Ue nel club di esportatori di deflazione verso gli Usa, beh è riuscita a meraviglia nel suo intento.

Direte voi: ma in parole povere, cosa sta succedendo? Ve lo spiego subito. Con tutti i suoi mercati interni saturati, la Cina non ha altra scelta che esportare la sua sempre crescente produzione di materie prime nel mondo, di fatto inviando shock deflazionistici. Stando a dati della General Administration of Customs, le spedizioni di acciaio, petrolio e alluminio stanno raggiungendo i livelli record, questo perché nelle fabbriche cinesi si produce al massimo nonostante il rallentamento dell’economia intera, quindi l’eccesso viene inviato a inondare il mondo. Il tutto in un contesto di saturazione globale a livello di materie prime, visto che i returns sono ai minimi dal 1999, minacciando la sostenibilità delle produzioni dall’India alla Pennsylvania e aggravando le dispute commerciali tra Stati. Insomma, sovra-capacità cinese è un problema globale.

E la fornitura cinese a basso costo non colpisce solo gli Usa, visto che in Europa il produttore leader ArcelorMittal ha ridotto le stime di profitto e sospeso il pagamento di un dividendo. E il secondo grafico ci mostra come la crescita senza fine dell’export cinese di commodities sia appena iniziata e sarà il mondo intero a pagare il prezzo in termini di deflazione. Senza dimenticare, inoltre, che gli investimenti di capitale fissi in Cina hanno raggiunto i 5 triliardi di dollari quest’anno, pari a Nord America ed Europa insieme: insomma, l’excess capacity cinese è cosmica. E questo quadro non può che portare a un aumento delle pressioni sull’economia, visto che le fughe di capitale hanno raggiunto il record di 113 miliardi di dollari in novembre e, stando a calcoli di Capital Economics, nello stesso mese la Banca centrale cinese ha bruciato 57 miliardi di dollari di riserve estere per difendere il peg dello yuan.

Ma il quadro sul medio termine è anche peggiore, perché solo nel terzo trimestre di quest’anno gli outflows di capitale hanno toccato i 300 miliardi di dollari, un tasso pari al 10% del Pil e per tamponare il quale la Banca centrale ha dovuto liquidare assets esteri per 200 miliardi di dollari. E difendere la valuta è costoso, visto che il terzo grafico ci mostra come l’utilizzo di riserve vada a cozzare con le politiche di contrazione, neutralizzando lo stimolo che la Banca centrale voleva offrire al credito attraverso il taglio della ratio sui requisiti di capitale (Rrr). Quindi, paradossalmente, o la Fed decide di operare una rotazione di 180 gradi e si lancia in una svalutazione del dollaro (quindi tassi fermi e addirittura stimolo), cosa che abbiamo visto potrebbe far deragliare i corsi azionari o l’America deve prepararsi a vedere il livello dell’inflazione crollare, visto che nei prossimi mesi - e, forse, anni - importerà deflazione con il badile dalla Cina, tanto più se Pechino continuerà a svalutare.