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SPY FINANZA/ Usa-Cina, la battaglia che fa "sospirare" i mercati

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E Pechino quasi certamente dovrà farlo, perché la principale vittima del dollaro debole è la Cina, non l’America, tanto che molti economisti parlano dell’ipotesi di un allentamento del peg yuan-dollaro per permettere il deprezzamento. E già mercoledì scorso la Banca centrale cinese ha compiuto un piccolo passo in tal senso, tagliando il tasso valutario di riferimento a 6,4140 per dollaro, il livello più debole dal 2011. La dinamica è chiara: legare lo yuan al dollaro per aumentare la stabilità finanziaria porta alla conseguenza che se il biglietto verde sale, così fa anche la divisa cinese, come ci mostra il grafico a fondo pagina, peccato che Pechino patisca di più perché la sua dipendenza dal commercio è doppia di quella Usa. Ma il problema è anche politico, perché lasciar svalutare lo yuan proprio mentre negli Usa si sta entrando nel vivo della campagna elettorale per le presidenziali dell’anno prossimo, potrebbe portare a sgradevoli attriti. Tanto più che il vulcanico e poco ortodosso candidato repubblicano, Donald Trump, ha già etichettato la Cina come «il manipolatore valutario numero uno al mondo».

Certo, il dollaro forte colpisce le aziende americane perché le rende meno competitive sui mercati mondiali, tanto che l’export è calato del 4,3% nei primi dieci mesi di quest’anno, ma le criticità cinesi legate a un rafforzamento valutarie sono maggiori, visto che come già detto il commercio pesa per il 42% del Pil cinese contro il 23% di quello statunitense. Un improvviso apprezzamento del dollaro del 10% si sostanzierebbe in un rallentamento della crescita dell’economia cinese di almeno l’1%, un impatto quasi doppio a quello patito dagli Usa, stando a simulazioni di Goldman Sachs. E lo yuan si è apprezzato del 15% rispetto a un paniere di altre valute da metà del 2014 a oggi, un lasso di tempo durante il quale Pechino stava già perdendo di competitività rispetto a nazioni come Vietnam e Tailandia a causa del maggior costo del lavoro. Nel corso degli ultimi 10 anni, lo yuan si è apprezzato del 26% contro il dollaro, secondo solo al franco svizzero e al suo lunare +31%, stando a dati di Bloomberg. Ed esattamente come per gli Usa, una moneta forte rende più dura la battaglia della Cina contro la deflazione, perché pone maggiore pressione al ribasso sul prezzi dell’import: in ottobre i prezzi alla produzione cinesi sono scesi del 5,9% su base annua, il 44mo calo mensile consecutivo.

Insomma, cosa farà la Fed? Manca poco, due giorni e sapremo chi e di quale morte dovrà morire. Perché state certi, questo snodo storico farà delle vittime, forse anche eccellenti. Perché al netto di tutto, un rialzo di 25 punti base del costo del denaro negli Usa equivale a un ritiro di liquidità dai mercati pari a 800 miliardi di dollari. E i tonfi delle Borsa di questa settimana, con il Dow Jones giù di 600 punti e il mercato dei bond ad alto rendimento che si sta schiantando letteralmente al suolo, ci dicono che si comincia a prezzare lo shock. Ma è solo l’inizio.

 



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