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Economia e Finanza

DL SALVA BANCHE/ La caccia ai voti che si dimentica dei risparmi

Dopo il decreto con cui sono state salvate 4 banche italiane, il mondo politico, spiega VIRGILIO DANTINI, sembra più attento a conquistare voti che ad aiutare gli italiani

Pier Carlo Padoan (Infophoto)Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Che la risoluzione di quattro banche, varata il 22 novembre scorso da Governo e Banca d'Italia, sia un gran pasticcio (c'è chi lo ha chiamato bail-in in salsa italiana) è apparso subito evidente. Persino alcuni banchieri hanno avuto qualche mal di pancia. Adesso si sta cercando di sfornare un emendamento che dovrebbe dare qualche ristoro a un po' di risparmiatori. Il problema politico non sembra però essere quello di informare e tutelare i cittadini risparmiatori sui cambiamenti in atto, che presto potrebbero avere effetti molto pesanti sui loro conti, ma quello di conquistare voti o evitare spostamenti di voti sensibili. 

Il 22 novembre scorso sono state approvate misure straordinarie, mettendo assieme quattro banche diverse, sebbene tutte bad banks. Si sono presi in considerazione gli stakeholders e si è deciso chi doveva essere subito salvato e chi doveva subito pagare. Si è così deciso l'azzeramento per chi aveva investito nell'impresa bancaria, senza distinzioni tra azionisti e obbligazionisti (subordinati, ça va sans dire), tra investitori istituzionali e piccoli risparmiatori. Così migliaia di persone si sono umanamente arrabbiate (purtroppo non solo), e tante a buon diritto. Nella fretta di salvare qualcuno, si è usata l'accetta su altri, mentre si poteva facilmente, per esempio, inserire un meccanismo che tenesse conto del soggetto da cui erano stati acquistati i titoli (obbligazionari), del valore di acquisto, delle cedole incassate. Ma sarebbe costato di più a chi è stato salvato.

Dentro e fuori le istituzioni sono nel frattempo comparsi i difensori del risparmio degli italiani, tra i quali esponenti di partiti di governo e di opposizione. Per qualcuno anche i risparmiatori sono diventati tutti uguali, fino a dire che bisogna ridare “tutto a tutti”, sia agli azionisti, sia agli obbligazionisti. Così chi avesse voluto partecipare all'assemblea della “propria” banca, con un pugno di azioni in mano, viene messo assieme all'obbligazionista che aveva investito tanti suoi risparmi in un titolo (molto) meno rischioso e che può aver pagato cedole paragonabili a quelle di un Btp.

Si è mossa anche la Consob, che vorrebbe cercare di distinguere tra risparmiatori traditi, speculatori e altri ancora. Ma come farà? Ascolterà (difficilmente) registrazioni di conversazioni agli sportelli delle filiali? Leggerà (facilmente) le scartoffie firmate dai risparmiatori? Il problema potrebbe non essere diverso davanti alla magistratura, con i suoi tempi e i suoi costi. L'Europa preferirebbe che i risparmiatori si rivolgessero alla magistratura e qualcuno lo ha già fatto. Pure i banchieri sembrano preferire questa strada. Purtroppo, anche in tema di funzionamento della giustizia, l'Italia non brilla nelle classifiche internazionali.

Se si vuole più mercato e meno intervento pubblico, dovrebbe valere per tutti gli stakeholders, inclusi i dipendenti delle banche. Lì ci sono coloro che, anche incentivati da obiettivi di budget della banca e premi “di produzione”, hanno mostrato scarsa professionalità nell'informare i clienti. Non si propone di costituire un fondo di solidarietà riducendo gli stipendi dei dipendenti bancari, a cominciare da quelli salvati. Se si salvano posti di lavoro non ci si lamenta. Per di più i dati sull'occupazione non ne risentono - quindi sembra andare bene.