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SPY FINANZA/ I fondi pronti a far partire un nuovo 2008

Pubblicazione:martedì 15 dicembre 2015

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Sulla stessa lunghezza d’onda anche Robert Scott, gestore di Schroders, che già lo scorso mese notava segni di stress nelle emissioni di bond meno scambiate, segnalando che «lo spread denaro lettera nel mercato dei bond high yield si sta deteriorando e questo ci dice che i prezzi si stanno iniziando a muovere come se l’illiquidità potesse aumentare». A creare problemi ai gestori dei fondi obbligazionari è la minore attività delle banche nel mercato dei bond: l’ammontare totale dei corporate bond detenuti dalle investment bank è ai minimi storici e c’è quindi preoccupazione che questo minor potenziale di acquisto da parte degli istituti faccia venir meno il loro ruolo di ammortizzatori di shock nel mercato.

I broker infatti stanno riducendo l’attività sul mercato dei bond per prendere meno rischi diminuendo l’attività dei desk proprietari per via dell’aumento della regolamentazione dopo la crisi del 2008. E proprio la Sec, l’ente di vigilanza del mercato statunitense, è molto preoccupata per la liquidità dei fondi e di recente ha proposto nuove regole che mettono sotto pressione i gestori di fondi sul fronte della trasparenza circa le posizioni di portafoglio e sul numero di giorni che occorrono per convertirle in liquidità. In base alle nuove norme, che sono attualmente in consultazione, i gestori dei fondi domiciliati negli Usa sono chiamati a classificare i propri comparti in base al numero di giorni necessari a convertire i propri asset in cash: ai money manager è anche richiesto di detenere un ammontare minimo di titoli che può essere liquidato in tre giorni senza che questo influenzi il prezzo di questi asset prima della vendita La paura è che, se dovesse verificarsi una fase in cui tutti gli investitori cercano di uscire dalle proprie posizioni, i gestori di fondi sarebbero costretti a vendere gli assets in perdita per soddisfare i riscatti, determinando una vera e propria crisi di liquidità.

E come vi dicevo, la correlazione è come il caso Lehman Brothers, dopo il fallimento della quale alcuni fondi collocati anche in Italia al retail non riuscirono a fare prezzo e per diverso tempo furono bloccati riscatti e sottoscrizioni dei prodotti. «Se un evento inaspettato dovesse scatenare una fase di volatilità acuta, determinando ampi riscatti dai fondi d’investimento, molti temono che i gestori non sarebbero in grado di vendere gli attivi in tempi brevi; il panico risultante amplificherebbe il calo delle valutazioni e aumenterebbe ulteriormente la volatilità, in un circolo vizioso», ha concluso Stewart.

Addirittura il Fondo monetario internazionale ha richiesto un giro di vite sulle normative di un’industria che nel suo complesso acquista e vende titoli per 76 triliardi di dollari ogni anno, un ammontare che equivale al controvalore dell’intera economia globale. E, quindi, potenzialmente in grado di danneggiarla in maniera quasi irreparabile. Tanto più che domani la Fed potrebbe alzare i tassi di un quarto di punto, operazione che sul mercato si sostanzierebbe nel drenaggio di 800 miliardi di dollari di liquidità e fino a 2,4 triliardi di dollari se si assume come scenario quello di un ciclo di aumento fino a 75 punti base, di fatto in tre step da un quarto di punto l’uno. Insomma, i rischi salgono molto, ma quantomeno sono rischi conosciuti, visto che chi investe nell’alto rendimento sa che quegli yield spaziali, a volte quasi vicini alla doppia cifra, sono altrettanti cerini che rischiano di restarti in mano.


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