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Economia e Finanza

FED DAY/ Rialzo dei tassi, il pericolo in arrivo (anche per l'Italia)

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Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che l’Europa e il Giappone sono in una fase deflattiva, e il loro ciclo economico è abbastanza piatto. Nell’ultima conferenza stampa, la percezione di un Mario Draghi, presidente della Bce, piuttosto “dovish” rispetto alle ipotesi, ha immediatamente innescato un recupero dell’euro sul dollaro di almeno il 4%. Non parliamo poi dell’economia della Cina, le cui negative sorprese, a mio parere, non sono affatto finite, nonostante le continue iniezioni di liquidità nel sistema e il costante deprezzamento del renminbi che, molto probabilmente, dovrebbe continuare nel corso del 2016, con effetti non certo positivi per gli altri Paesi, a cominciare dal Giappone e per finire alle Tigri asiatiche.

Ricordiamo che l’intensa spinta espansiva attuata dalle autorità cinesi dal 2009 in poi per controbilanciare la recessione mondiale, se da un lato ha dato fiato a tutto il resto del mondo, dall’altro è stata fortemente squilibrata sia nelle sue dimensioni che nella sua qualità (capitale/consumi), generando colossali squilibri interni che da circa un anno e mezzo stanno pian piano emergendo, con effetti recessivi sempre a livello mondiale. E non parliamo delle economie dei Paesi emergenti che, con alcune eccezioni, vedi l’India, mostrano dei segnali allarmanti. A tal proposito basta vedere l’andamento delle valute di alcuni Paesi per rendersene conto; stanno infatti crollando il real brasiliano, la lira turca, il rand sudafricano e così via. Non parliamo, poi, dell’incremento del debito dei Paesi emergenti, sia a livello sovrano che corporate, accumulatosi in questi anni di tassi bassi, debito denominato soprattutto in dollari. Un apprezzamento della moneta americana potrebbe letteralmente metterli in ginocchio, visto che parecchi finanziamenti cominciano a venire a scadenza già a partire dal prossimo anno. E i mercati borsistici di questi Paesi stanno tutti registrando oramai da 4 anni proprio questi timori (si veda la disconnessione tra l’indice delle borse degli emergenti e quello delle statunitensi che è cominciata a inizio 2012).

Che dire poi del prezzo del petrolio che oramai, con le quotazioni degli ultimi giorni, ha raggiunto livelli persino più bassi di quelli del 2008-2009, apice della crisi? Le quotazioni, al di là di lotte geopolitiche, non sono chiari indicatori di previsioni non certo positive sul futuro dell’andamento economico mondiale? Proprio le basse quotazioni del greggio ci riportano negli Stati Uniti dove ci aspettano fosche previsioni circa il futuro delle obbligazioni legate all’industria estrattiva di combustibile da shale. Il numero delle piattaforme petrolifere è drasticamente crollato a cominciare dal settembre 2014, seguendo di pari passo il crollo delle quotazioni del greggio, creando così i presupposti per la rottura al ribasso del break-even industriale, e dunque le condizioni per fallimenti a catena.

Un prezzo del petrolio al di sotto dei 40 dollari al barile è già una condizione di difficoltà per la gran parte dei Paesi produttori (si veda a tal proposito, oltre che alcuni Paesi mediorientali, anche la Norvegia e il Canada), figuriamoci per lo shale statunitense. E questa industria dello shale, un modo non convenzionale americano di produrre greggio, è stata alimentata proprio dal basso costo del denaro determinato proprio dalla politica della banca centrale americana.