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FED DAY/ Rialzo dei tassi, il pericolo in arrivo (anche per l'Italia)

Pubblicazione:mercoledì 16 dicembre 2015

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E così, siamo oramai nella settimana più calda dell’anno dal punto di vista finanziario, quella in cui la presidente della Fed, Janet Yellen, potrebbe dar corso al primo aumento dei tassi americani da quasi 9 anni a questa parte. È sicuramente una decisione molto delicata, attesa da gran parte degli economisti già in varie altre circostanze, e fino a oggi mai arrivata. Da circa un anno ho ipotizzato che questa decisione non avvenga entro fine 2015 e, fino a oggi, essa non è stata presa. Sono ancora fiducioso, anche se, come detto, la maggioranza degli economisti propende per un probabile aumento in questa settimana. È come sperare contro ogni speranza. Staremo a vedere.

Certo, appare curioso vedere economisti di vario e opposto orientamento, dai keynesiani ai monetaristi, ad alcuni esponenti della scuola austriaca, auspicare che tale decisione non venga presa in questo momento. La ratio di questo auspicio è abbastanza chiara, come di seguito esporrò. Il punto centrale del ragionamento della Yellen, e della maggioranza dei componenti del Fomc, è che i rischi di un ritardo nell’attuazione della normalizzazione della politica monetaria (tenuto anche conto dei ritardati effetti endogeni della stessa politica monetaria sull’economia reale), la cui fase accomodativa è durata troppo a lungo, anche e soprattutto in relazione alla novità degli strumenti utilizzati, potrebbero essere troppo elevati poiché, un ulteriore ritardo, potrebbe comportare una successiva, e necessaria, politica restrittiva che potrebbe rivelarsi troppo brusca, tanto da poter provocare una nuova, non voluta fase recessiva. D’altra parte, la Yellen stessa afferma che il mercato del lavoro americano non ha ancora raggiunto il suo apice, cioè la piena occupazione; e che, dunque, l’auspicato riflesso inflattivo dovrebbe dispiegarsi nel tempo, forse in qualche anno, visto, anche qui, il ritardo con cui i salari seguono l’aumento dei prezzi.

E allora, perché aumentare i tassi proprio ora? Da un certo punto di vista potrebbe essere in gioco l’autorevolezza della Fed stessa. Infatti, dopo aver preannunciato più volte la stretta monetaria, e averla mai attuata, potrebbe, proprio per onorare la parola, farlo proprio ora che non appare il momento migliore. Se proprio doveva farlo, doveva sicuramente farlo prima. È questo il vero passo falso.

E perché non è il momento migliore? Perché se guardiamo i dati macroeconomici mondiali ci accorgiamo che essi ci dicono, appunto, che questo non è affatto un momento buono, e per tante ragioni. Prima di tutto occorre sfatare il mito isolazionista americano, almeno dal punto di vista economico. La pur flebile ripresa economica in atto negli Usa, peraltro nel tempo più volte rivista al ribasso, potrebbe veramente essere stroncata sul nascere, poiché non è pensabile che essa possa rimanere al riparo dai marosi che l’aumento dei tassi determinerebbe nelle altre aree economiche del mondo.

A proposito di flebile ripresa, l’esempio che viene alla mente è quello del modesto aumento di tassi che fu attuato nel 1936-1937 e che fece abortire i primi segnali di ripresa che in quel periodo cominciarono ad affiorare. Ci volle poi la Seconda guerra mondiale per consentire la definitiva uscita dell’economia dalla grande crisi iniziata nel 1929. I paragoni sono proprio simili. Infatti, come nella prima metà degli anni ‘30, oltre ai primi segnali di ripresa, ritroviamo anche il bilancio della Fed che, per far fronte alla crisi, si era gonfiato notevolmente, passando dal 5% al 20% del Pil; anche oggi, curiosamente, ritroviamo pressappoco gli stessi numeri.


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