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SPY FINANZA/ I "piani" dietro le mosse dell'Arabia Saudita

L'Arabia Saudita si mette a capo di una coalizione contro l'Isis. Per MAURO BOTTARELLI c'è qualcosa dietro a questa mossa che ha a che fare anche con la Russia

Obama e Re Salman (Infophoto) Obama e Re Salman (Infophoto)

L'Arabia Saudita parte al contrattacco. Sabato scorso nel mio articolo vi mostravo l'enorme macchina di pubbliche relazioni messa in campo da Ryad dopo l'11 settembre per ingraziarsi i poteri politico e mediatico statunitense, oggi vi mostro come questa strategia si stia sostanziando in qualcosa di molto concreto. E pericoloso. L'inizio di questa settimana è stato infatti caratterizzato, tra le altre cose, dalla notizia che ben 13 donne sono state elette nei consigli comunali dell'Arabia Saudita nelle prime elezioni in cui sono state ammesse candidature di entrambi i sessi: si tratta di meno dell'1% dei 2.106 seggi assegnati nel voto di sabato, ma comunque una prima assoluta per lo Stato culla del wahabismo, l'interpretazione più intransigente e severa dell'Islam sunnita. 

Casualmente, i sauditi che hanno votato sono stati 1.486.477, di cui solo 130.637 donne perché queste ultime hanno avuto ostacoli burocratici e spesso problemi di trasporto per recarsi ai seggi non potendo guidare. Ma non importa, la cosa fondamentale è che al mondo arrivi solo il titolo: 13 donne elette in Arabia Saudita. Immediatamente, l'acqua battesimale della democrazia mediatica e cialtrona occidentale è stata aspersa sul capo dei tagliatori di testa di Stato (oltre 100 di decapitati da inizio anno). Ma non basta, perché ieri è arrivato il "rinforzino", per dirla come il conte Mascetti di Amici miei: è nata una "coalizione militare islamica" contro il terrorismo. E chi sarà a coordinarla? Guarda caso, l'Arabia Saudita, la cui agenzia stampa ufficiale ha pubblicato l'elenco dei trentaquattro Paesi che ne fanno parte. 

Tra gli aderenti ci sono l'Egitto del generale al-Sisi, la Turchia del presidente Erdogan, ma anche Pakistan, Senegal, Indonesia, Giordania, Libano, Tunisia e Libia. L'alleanza, di cui almeno dieci Paesi sono a forte maggioranza sunnita, ha il centro di comando a Ryad per «sostenere le operazioni militari nella lotta al terrorismo globale». Non hanno ovviamente aderito l'Iraq, la Siria e neppure l'Iran, patria dello sciismo e storico rivale della petromonarchia del Golfo. L'obiettivo dichiarato della nuova alleanza militare è «proteggere le nazioni dai mali provocati da tutti i gruppi e da tutte le organizzazioni terroristiche, a prescindere dalla loro dottrina e che si rendono responsabili di uccisioni o che diffondo la corruzione nel mondo e mirano a terrorizzare gli innocenti». 

Ora, al di là dell'assurdo rappresentato dall'Arabia Saudita che si pone in contrasto al terrorismo, un vero e proprio ossimoro essendo Ryad il principale finanziatore storico del salafismo più intransigente e violento (sarebbe come chiedere a Rocco Siffredi di fare da testimonial a una campagna contro i rapporti pre-matrimoniali), la cosa incredibile è come tutti i mezzi di informazione abbiano applaudito a questa iniziativa in maniera acritica, non spendendo nemmeno cinque minuti per cercare di capire cosa essa sottenda (io sono sempre positivo e penso che sia sciatteria, non malafede quella dei cosiddetti organi di informazione "autorevoli"). 

A mio avviso, sono tre le agende nascoste di questa iniziativa. Primo, evitare la costruzione del cosiddetto "corridoio" sciita tra Iran, Iraq e Siria, il quale riuscirebbe a prendere il controllo - avendo anche l'avamposto libanese di Hezbollah - in un'area dove invece i sunniti guidati proprio da Ryad e dai Paesi del Golfo hanno sempre fatto il bello e cattivo tempo, potendo contare anche sull'argine orientale della Turchia. Secondo, sempre in ossequio alla casualità che sono un must di ogni iniziativa che veda impegnata l'Arabia Saudita, il 10 dicembre scorso, Ash Carter, capo della strategia americana verso l'Isis in seno al Comitato sulle forze armate del Senato, rese noto che gli Usa sono pronti a schierare anche elicotteri d'assalto in sostegno all'esercito iracheno per «portare a termine il lavoro». Quale? La riconquista di Ramadi, la città più grande della maggior provincia irachena, ma soprattutto bastione sunnita e dell'Isis, prima dell'assalto finale per riprendere il controllo di Mosul. 


COMMENTI
16/12/2015 - Arabia saudita e co. (delfini paolo)

Arabia saudita, Qatar, Turchia,Pakistan, Libia Indonesia ecc che creano una "alleanza per combattere il terrorismo"... se non fosse in ballo una questione seria e grave , potrei solo sghignazzare !