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BCC/ Renzi, la "riforma" narrata e i nodi del credito in Toscana

Il premier Renzi insiste sull'accelerazione della riforma del Credito cooperativo: che però è tenuta ferma da mesi dal governo. E dalle manovre delle Bcc toscane. ANTONIO QUAGLIO

Alessandro Azzi (Infophoto) Alessandro Azzi (Infophoto)

L’altra sera a “Porta a Porta” Matteo Renzi ha detto di aver apprezzato le repliche in tempo reale dell’Eni, via twitter, all’ultima puntata di “Report”, che rilanciava i sospetti di tangenti pagate dal gruppo in paesi africani. Qualche minuto dopo sarebbe stato quanto meno divertente leggere qualche tweet analogo del Credito cooperativo, mentre il Premier sbandierava nuovamente l’urgenza di una riforma per le Bcc, “piccoli banchieri” accostati ostentamente a quelli commissariati, “risolti” e ora indagati di Banca Etruria. Non che la Federcasse non abbia subito reagito: due volte in tre giorni. Ma lo ha fatto con i modi che ancora - in un paese del G8 - sono propri di un importante corpo intermedio nei confronti del premier in carica: anche quando questi “narra” la realtà a modo suo sulla tv pubblica controllata dal governo e pagata dai contribuenti, approfittando magari per qualche raid politico in campo bancario.

Nelle sue note, Federcasse ha comunque affermato di apprezzare che il capo del governo abbia così a cuore la riforma del Credito cooperativo. Il progetto completo, peraltro, giace da quattro mesi con tutti i placet di Bankitalia sui tavoli del ministero dell’Economia: è il governo che non la rende operativa - non le Bcc - nonostante ripetuti impegni di vario esponenti dell’esecutivo. Il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi ha colto invece l’occasione per respingere nuovamente l’accusa - neppure implicita nelle parole di Renzi - che il Credito cooperativo sia parente stretto delle quattro banche traumaticamente risolte: che siano le Bcc le vere “malate gravi” del sistema bancario nazionale nella tempesta.

Resta il fatto che Renzi ha speso in dieci giorni tre sedi mediatiche di primo livello (un’intervista al Corriere della Sera, l’intervento conclusivo alla Leopolda, la “terza camera” di Bruno Vespa) per battere su un solo chiodo: la “grande riforma del credito” in Italia parte dalla palingenesi del Credito cooperativo. Le motivazioni sono abbastanza evidenti ed elementari: di fronte a una crisi di credibilità politica mai sperimentata prima (neppure quando sono stati indagati i vertici Eni appena nominati da Renzi), il Premier ha il bisogno pressante di “narrare” un governo in azione, padrone della situazione, pronto a gestire l’emergenza con misure strutturali. E la politica “politicata” può prevedere che una riforma altrui dimenticata nel cassetto - magari anche volutamente - si trasformi all’improvviso in una scelta importante e provvida del governo: all’opposto di come un dossier-grana come le quattro risoluzioni bancarie sia esploso fra le gambe di un governo come minimo “superficiale”, secondo l’appellativo usato dai commentatori più benevoli.

Però la distanza fra la venialità e la mortalità del peccato mediatico commesso - tre volte - da Renzi è davvero breve. Soprattutto perché alcune delle Bcc che hanno giocato a fare i “piccoli banchieri” erano in Toscana: erano vicine di casa del Montepaschi e di Banca Etruria.