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BANCHE SALVATE/ Le domande ancora aperte "nonostante" il decreto

La vicenda che ha coinvolto le quattro banche recentemente salvate, spiega GIAN LUCA BARBERO, si sta allargando come una macchia d'olio, offrendo alcuni spunti di riflessione

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La vicenda che ha coinvolto le quattro banche recentemente salvate si sta allargando come una macchia d'olio, offrendo alcuni spunti di riflessione sull'operato del Governo e degli attori in gioco. Innanzitutto, è venuto a galla un "gran pasticcio", non tanto per la ricezione di una norma giudicata iniqua dalla maggior parte della popolazione. Su questo punto è bene essere chiari fin da subito; piaccia o non piaccia, in Europa funziona così: le crisi agli enti creditizi vanno risolte minimizzando l'intervento del denaro pubblico che suonerebbe come aiuto di Stato. Si sarebbe forse potuto optare per soluzioni diverse, ad esempio la costituzione di fondi transnazionali, ma l'Europa si mostra in generale refrattaria a meccanismi solidaristici, sempre e solo intesi come una condivisione delle perdite.

Quello che è mancato è stato il tempo per "digerire" una riforma così importante, non circoscritta a semplici questioni societarie, ma che tocca da vicino i risparmi dei cittadini: si è agito troppo in fretta e in tanti si è formato il sospetto che le nuove disposizioni fossero sin dall'inizio finalizzate al salvataggio delle quattro banche oggi incriminate. Sono mancate necessarie operazioni informative e, diciamo pure, educative nei confronti di un pubblico in larga misura inesperto in materia finanziaria e troppo facilmente esposto a consulenze di operatori tutt'altro che disinteressati. Quando nel 2007 entrò in vigore la riforma del Tfr, ad esempio, le istituzioni pubbliche dedicarono sei mesi prima dell'entrata in vigore della norma a sviluppare una campagna informativa che ebbe almeno il merito di accendere una lampadina nella testa dei lavoratori sul fatto che in futuro le loro liquidazioni avrebbero potuto cambiare.

In secondo luogo, potrebbe essere il momento buono per affrontare, possibilmente con "serenità ideologica", il tema dei conflitti di interesse per chi si impegna in politica, che non esiste soltanto con le aziende del Gruppo Mediaset. Benché io sia fermamente convinto che le responsabilità dei padri non possano e non debbano ricadere sui figli, è difficile sostenere che non ci sia conflitto di interessi nella vicenda del Ministro Boschi, considerato che il padre era Vice Presidente della banca più inguaiata. Personalmente trovo imbarazzante l'atmosfera che si è creata intorno al caso: non una risposta alla provocazione di Saviano; non una domanda sull'argomento alla Leopolda, come se, in fondo, non fosse successo nulla di grave. Alla mozione di sfiducia promossa dal Movimento 5 Stelle "per il coinvolgimento personale e familiare nelle vicende della Banca Popolare Etruria e Lazio nonché in relazione ai recenti provvedimenti che hanno interessato l'istituto di credito", il Ministro - così come riportato dalla stampa - si sarebbe limitato ad una secca replica: "Ne discuteremo in Aula, la voteremo e vedremo chi ha la maggioranza". Stupisce perché si tratta di una risposta che non sfiora neppure il merito della vicenda, ma che palesa un semplice riscaldamento dei muscoli in vista della prova di forza parlamentare.

Non si può trascurare, inoltre, il ruolo giocato dalle associazioni dei consumatori. Codacons, Federconsumatori e altri hanno presentato una serie di esposti alla magistratura per truffa a danno dei risparmiatori, oltre che per omessa vigilanza e appropriazione indebita. Naturalmente, tali iniziative sono positive e in un certo senso dovute; tuttavia, sorge spontanea una domanda: dove si trovavano questi organismi nati per la tutela dei consumatori negli ultimi quattro o cinque anni, mentre il malaffare cresceva indisturbato?