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FINANZA/ Il finto "tesoretto" per l'Italia

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Allora - verrebbe voglia di dire - guardiamo alla buona scuola. Lo studio risponde che l’istruzione e la formazione sono certamente un elemento, ma occorre anche guardare alle politiche economiche attuate dal 2007 negli Usa e dal 2010 in Europa per uscire dalla crisi. In particolare, alle politiche monetarie. Politiche eccessivamente espansioniste e tassi di interesse rasoterra hanno implicazioni molto serie sia a livello micro dei singoli, individui, famiglie e imprese, sia a livello macro-economico.

Dai tempi di Keynes è nota “la trappola della liquidità” (la tendenza a tesorizzare, non a investire o aumentare i consumi quando la liquidità abbonda tanto che si teme una deflazione). È meno nota “la trappola dei bassi tassi d’interesse”. Essa fa sì non solo che aumenti la sensazione che si sta avvicinando una deflazione, ma che si prenda a prestito per investimenti poco produttivi o che si concedano prestiti a imprese poco efficienti.

È sotto gli occhi di tutti cosa è avvenuto al sistema bancario italiano: il Centro Studi ImpresaLavoro stima in 150 miliardi di euro i risparmi bruciati con la crisi delle banche, di cui la cronaca, il Parlamento e la magistratura si stanno focalizzando solo su un piccolo aspetto. Non si tratta solo di risorse che si bruciano. Utilizzando la liquidità messa a disposizione anche dal Qe e dai tassi d’interesse rasoterra, quando la liquidità medesima non resta nella pancia delle banche, gli istituti di credito finanziano imprese e progetti poco produttivi, spiazzando quelli produttivi. Con effetti sull’allocazione delle risorse e, quindi, sull’intero sistema economico. Quindi, almeno negli Usa, l’aumento dei tassi dovrebbe rappresentare una riduzione della cattiva allocazione delle risorse. E, dunque, un maggiore scarto di velocità rispetto a un’Eurozona in ristagno.

In questo contesto, si pone la lezione De Rosa di John Davis, il quale, documentato l’aggravamento delle già pessime condizioni del Mezzogiorno, e constatato come le lezioni neo-istituzionali non abbiamo dato esiti, si chiede se si tratti “di un caso unico o universale”. Anche lì la risposta è nel cattivo uso fatto dei fondi europei e delle agevolazioni creditizie. Hanno spiazzato gli elementi migliori (individui e imprese), privilegiando i meno produttivi.



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