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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ "L'incendio" che può mandare in tilt i mercati

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Oltretutto, la Federal Reserve ha deciso di contrarre la propria politica monetaria mentre Bce, Bank of Japan e Banca centrale cinese stanno ancora stimolando, seppur con modalità differenti: se il dollaro continuerà a salire, la Cina non potrà che svalutare sempre di più, essendo lo yuan legato a un peg con il biglietto verde e a quel punto l’ondata deflazionistica globale andrà a vanificare gli sforzi di chi sta cercando di stimolare inflazione attraverso il Qe. Inoltre, negli ultimi tre cicli di contrazione monetaria, molte Banche centrali hanno seguito rapidamente le mosse della Fed: lo faranno questa volta? Il rischio è che il dollaro continui a salire fino al punto di mandare in stallo l’economia statunitense, tramutando l’America nella vittima finale della deflazione globale che stiamo cercando di combattere da almeno tre anni. C’è poi il rischio che, a fronte di uno stress finanziario montante, i mercati aprano gli occhi e debbano rivedere i propri calcoli: tutti, infatti, si attendono un aumento dei tassi molto graduale, il cosiddetto looser for longer e quindi si prezzano due aumenti nel 2016 e altri due nel 2017 ma il playbook della Fed parla un’altra lingua, visto che tra due anni dovremmo essere al 3,25%.

La Yellen ha bluffato per comprarsi credibilità dopo le molte disillusioni dei mesi passati o l’idea è davvero quella di procedere a quel ritmo? Perché se così fosse, quando i mercati ne prenderanno coscienza partirà la più grossa margin call sul dollaro a livello globale mai vista nella storia. E la Fed cosa dovrà fare? Aprire linee di swap illimitate per tutte le Banche centrali che si troveranno a dover fronteggiare scarsità di liquidità in biglietti verdi: ovvero, si torna alla politica di stimolo in grande stile. Certo, l’ultimo salto del 36% della spesa fiscale cinese potrebbe arrestare o almeno rallentare e stabilizzare il crollo del mercato delle commodities, ma potrebbe essere tardi, visto che venerdì Moody’s ha operato il downgrade di Glencore, il colosso anglo-elvetico delle materie prime a Baa3, appena un gradino al di sopra dell’investment grade e i credit default swaps sul debito a 5 anni implicano ora una probabilità di default del 50%.

E attenzione, se il prezzo del rame dovesse continuare a crollare, Glencore non avrebbe cinque anni di vita, perché partirebbe l’unwind di tutti i contratti finanziari che vedono quella commodity postata come collaterale a garanzia. Per questo Moody’s ha tagliato fino alla soglia del junk ma senza andare oltre, altrimenti quel 50% sarebbe salito esponenzialmente. Viviamo in un mondo dove la ratio debito/Pil a livello globale è del 30% superiore al livello del 2008, tanto che la Banca per i regolamenti internazionali sta lanciando allarmi dopo allarmi al riguardo. Insomma, la Fed non ha margine di errore nel suo processo di normalizzazione dei tassi di interesse, perché ogni singolo sbaglio potrebbe essere il detonatore della bomba del debito su cui sono seduti mercati finanziari, governi e aziende in tutto il mondo, emergenti in testa.