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RENZI vs UE/ Il "caso Deutsche Bank" dietro i nein di Bruxelles all'Italia

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I guai del sistema del credito tedesco non finiscono qui, nonostante i 247 miliardi versati dal 2008 in poi dallo Stato federale per salvare le banche. Tutto è cominciato, in ordine di tempo, con il coinvolgimento della Ikb, una piccola banca regionale, travolta fin dalle prime avvisaglie del tracollo dei subprime, i mutui ad alto rendimento (e ad alto rischio) collocati dalla finanza Usa. Pochi mesi dopo è toccato a Dredsner Bank rifilata a Commerzbank, altro istituto dalla salute non brillante. Le Landesbanken, controllate dai Laender e dalle autorità comunali, hanno un lungo record di fallimenti e incagli. Una di esse, l'amburghese Hsh, è stata salvata in extremis per una discutibile esenzione di Bruxelles. 

Non è il caso di subire prediche per la pur discutibile gestione delle banche di casa nostra (specie in Toscana, dove l'intreccio con la politica è più che inquietante) da un pulpito del genere, è il coro che si leva dalle nostre parti. Il che è senz'altro vero, ma la polemica rischia di oscurare il problema. 

Proprio la crisi del sistema bancario tedesco è l'origine della chiusura delle autorità comunitarie. La sensazione è che sia Berlino che Bruxelles siano consapevoli che presto sarà necessario metter mano a una profonda revisione dei conti e delle regole delle banche oltre Reno. La ristrutturazione di Deutsche Bank è solo la punta dell'iceberg di un intervento necessario per far ripartire l'economia a livello europeo. Di qui l'obbligo a "conservare le munizioni" in vista della sfida più impegnativa. 

Vista con questa angolatura la questione cambia: la partita del credito non si gioca ad Arezzo, bensì a Francoforte, Parigi e anche a Milano, capitali di un sistema che, per ripartire, ha bisogno di un forte investimento comune. Se non lo si capisce, la spinta alla ripresa resterà materia per convegni. O, peggio, di campagne elettorali, tanto più virulente quanto vuote. 

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