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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Spagna-Portogallo, il "domino" che fa gola alla speculazione

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Ed eccoci quindi arrivare alla Spagna e al suo stallo politico, per ora punito in maniera solo simbolica dallo spread, ma pronto a tramutarsi in un detonatore di guai seri se l'ingovernabilità proseguirà a oltranza o se, peggio, ci sarà necessità di tornare alle urne. Anche perché i quattro grafici a fondo pagina ci dicono chiaramente che il famoso "miracolo economico" spagnolo di cui ci hanno parlato eminenti economisti per almeno due anni, di fatto la brochure della bontà delle ricette della Troika, si è sostanziato in questo: debito in traiettoria fuori controllo rispetto al Pil, investimenti esteri che languono e Prodotto interno lordo che rimane ben al di sotto del livello pre-crisi del 2009. Insomma, un miracolo da prestigiatore di fiera del paese. 

Il problema è che Spagna e Portogallo sono strettamente connesse, non fosse altro per l'esposizione bancaria della prima sul secondo, quindi creano un nexus di debolezza molto pericoloso, cui va a unirsi quella Grecia che l'altro giorno ha voluto gettare fumo negli occhi a suoi cittadini varando le nozze gay e il riconoscimento dello Stato palestinese, ma che con l'anno nuovo avrà ancora a che fare con i creditori e con la ricerca disperata di un taglio dello stock di debito, precondizione posta dal Fmi per partecipare al terzo salvataggio. Lunedì la Borsa di Madrid è crollata del 3%, trascinata al ribasso dai titoli bancari, molto sensibili al 20,7% dei consensi ottenuti da Podemos e dalle sue ricette radicali, una su tutte la ristrutturazione del debito sovrano. Pablo Iglesias, il suo leader, è stato molto netto nelle prime dichiarazioni dopo il voto: «Il nostro messaggio all'Europa è chiaro. La Spagna non sarà mai più la periferia della Germania, noi combatteremo per recuperare il significato della parola sovranità per la nostra nazione». 

Ma come vedono questa situazione gli strategist? Partiamo dal guru internazionale dell'obbligazionario sovrano, Nicholas Spiro, a detta del quale «la fatica che la spirale dell'austerità ha generato nel Paese è stata enorme e questo ha portato a un chiaro slittamento a sinistra. Ora il nuovo argomento sul tavolo è se la Spagna sia governabile. Tutti i partiti sono inchiodati sulle loro posizioni e questo potrebbe portare a uno stallo di settimane, situazione da cui io non vedo una via di uscita sostenibile. Una cosa è certa, possiamo scordarci un percorso di riforme». E ancora: «La Spagna ha già vissuto un drammatico deterioramento delle finanze pubbliche sottostanti negli ultimi diciotto mesi, anche se la gente si è fatta abbindolare da un rimbalzo ciclico che è dovuto soltanto a basso prezzo del petrolio ed euro debole garantito dall'operato della Bce. Semplicemente, non hanno crescita, sono fattori esogeni e ciclici». Addirittura per Yvan Mamalet di Societe Generale, «il potenziale di crescita della Spagna è sceso a un tasso dell'1% dal oltre il 3% di prima della crisi, chiaro segnale di quanto danno abbiano arrecato all'economia del Paese gli effetti dell'isterismo dell'austerity basato su disoccupazione di lungo termine e mancanza di investimenti». 

In effetti, la ratio debito/Pil è al 100% e sta avvicinandosi al limite di sicurezza per una nazione che non ha la chiave valutaria nella sue mani ma in quelle della Bce: «La Spagna ha uno spazio fiscale molto limitato e ogni shock esterno potrebbe portare il debito oltre i livelli di sostenibilità, ovvero in area 130%», conclude Mamalet.