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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ "L'incognita" Iran nella battaglia del petrolio

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Addirittura, si legge nel documento, «i giacimenti più ricchi possono sopportare punti di pareggio anche inferiori ai prezzi osservati nel 2015 ed è quindi probabile che vedano la produzione crescere ancora». Nella fattispecie, la produzione globale di tight oil toccherà i 5,19 milioni di barili al giorno nel 2020, raggiungerà un picco di 5,61 milioni di barili al giorno nel 2030 e calerà a 5,18 milioni di barili nel 2040. L'incremento di medio periodo sarà legato al previsto ingresso di Russia e Argentina nel settore degli oli non convenzionali. Questo solo nello scenario medio: se anche Cina e Messico entrassero in questa industria, l'output di tight oil sfiorerà gli 8 milioni di barili al giorno. Insomma, certezze ma non certo granitiche. Anche perché il mercato sembra credere maggiormente alla versione dei fatti offerta da Paolo Scaroni, visto che come ci mostra il grafico a fondo pagina, le opzioni put con strike price a 30, 25, 20 ma anche 15 dollari al barile siano le più appetite, stando a dati ufficiali della New York Mercantile Exchange e della U.S. Depository Trust & Clearing Corp. Con il Wti attualmente in area 36 dollari al barile, significa che parecchia gente sta cominciando a pensare a un calo anche superiore al 50% nei prossimi mesi e l'open interest più grande tra tutti i contratti di opzione - sia long che short - è il put a 30 dollari per dicembre 2016. Ingestibile per troppi Paesi, in primis l'Arabia Saudita ma anche gli Usa stessi con la loro rivoluzione shale, visto che - ad esempio - solo il 2% della produzione del giacimento Permian e profittevole a 30 dollari al barile. 

Sempre Scaroni, poi, parlava della furibonda lotta tra Arabia Saudita e Russia per l'accaparramento di quote di mercato, cui adesso potrebbe andare ad unirsi anche l'Iran liberato dalle sanzioni dopo l'accordo sul nucleare. Ma come stanno davvero i fatti? Ryad sta perdendo la guerra del petrolio contro Mosca e deve per forza reagire. Per l'Arabia, la quale sta già pagando un prezzo altissimo alle basse quotazioni del greggio, avendo un deficit pari al 20% del Pil, inoltre la connection sempre più stretta tra Mosca, Teheran e Pechino rappresenta una minaccia anche geopolitica, essendo la Russia alleata dell'asse sciita in Medio Oriente. Certo, Ryad sta vendendo a sconto il suo greggio sul mercato europeo, utilizzando i porti polacchi come choke-point ma questo potrebbe solo esacerbare i rapporti già tesi con la Russia, a lungo andare. 

Insomma, la strategia saudita di abbassare al massimo i prezzi, pompando la produzioni Opec quasi agli estremi, non è servita, anzi si è rivelata auto-lesionista, visto che oggi la Russia sta producendo al ritmo più rapido dalla fine dell'Unione Sovietica. E proprio pochi giorni fa, per la terza volta quest'anno, la Russia ha superato proprio l'Arabia Saudita come fornitore di greggio alla Cina, 949.925 barili a novembre contro gli 886.950 di Ryad nello stesso periodo. E attenzione, perché con molti analisti - non ultima Goldman Sachs - che prevedono addirittura il barile in area 20 dollari, Mosca potrebbe reggere meglio di chiunque altro lo shock ulteriore. Lo conferma Mikhail Stavskiy, capo dell'upstream alla Bashneft PJSC, l'azienda che ha permesso l'aumento di produzione record della Russia quest'anno: «Non so a quanto dovrà scendere il prezzo del petrolio affinché le cose cambino in maniera drammatica, ma noi siamo arrivati a continuare la produzione con un livello di valutazione pari a 9 dollari. Quindi, se succederà qualcosa, sappiamo cosa fare».