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SPY FINANZA/ I numeri che "incastrano" la Bce

Pubblicazione:giovedì 3 dicembre 2015

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E qui sorgono due domande: primo, fino a che punto un livello di tassi più alto negli Stati Uniti, un dollaro forte e una debolezza nei prezzi delle materie prime potrebbero portare un ulteriore stress in settori indebitati produttori di materie prime, compresi segmenti dell'high yield americano, varie valute emergenti o credit default swaps sovrani? Secondo, quando quest'ulteriore stress potrebbe portare a una più ampia debolezza di mercato, mettendo potenzialmente in discussione la normalizzazione della politica monetaria della Fed? Il problema è uno solo: le Banche centrali, con il loro programma di Qe, sono in trappola. Hanno infatti cominciato a comprare bonds in base alla teoria che questo avrebbe stimolato l'economia attraverso l'iniezione di denaro. Ma ci sono delle criticità in questa interpretazione, prima delle quali quella che non si stimola l'economia iniettando liquidità se questa non raggiunge i consumatori, dinamica che è in atto oggi. E di fatto la Bce ha voluto forzare proprio la sua azione, spingendo i tassi di deposito in negativo, al fine di punire risparmiatori e consumatori per il fatto che non spendevano il loro denaro: peccato che quel denaro non sia mai arrivato nel loro portafogli! 

È questo l'enorme inganno insito in tutta l'operazione e sono quasi certo che Draghi ne è conscio, anche perché il grafico a fondo pagina ci mostra come se il livello invalicabile del negativo, il Rubicone dei tassi in Europa, sia il -0,75% della Svezia, la Bce non ha particolare possibilità e ampiezza di movimento ulteriore dal livello attuale di -0,20%. I tassi in negativo sono una tassa sul denaro, un qualcosa che va di pari passo con la volontà di eliminazione del contante: la gente porta via i soldi dalla banca per non essere punita e allora scattano le limitazioni sul contante per forzare il proprio obiettivo e arrivare a una spesa generalizzata giocoforza. Capite da soli che è semplice delirio, perché cercare di gestire l'economia da un livello macro senza considerare il flusso di capitale all'interno del sistema lastrica la strada verso il disastro. 

C'è poi un'altra criticità, ovvero il fatto che il processo di Qe in cui sono impegnate le Banche centrali a livello globale non ha un effetto reverse, ovvero non c'è la possibilità di rivendere quel debito acquistato sul mercato, perché così facendo si distrugge il concetto originale di creazione di un'offerta di valuta elastica. Tutto ciò che possono fare le Banche centrali a questo punto è detenere il debito acquistato fino a maturazione e farlo poi sparire, perché se mai dovessero solo tentare il processo opposto la reazione di panico dei mercati porterebbe i tassi reali al rialzo immediato. 

Ecco perché le parole e le azioni di Mario Draghi oggi hanno un'importanza fondamentale: non tanto per i risultati concreti che porteranno, ma per le aspettative altissime del mercato, le quali se verranno deluse renderanno visibile a tutti il fallimento del Qe europeo. E una volta che la parola sarà pubblica, i mercati la prezzeranno di conseguenza. Insomma, quello che deve raggiungere oggi Mario Draghi è un altro effetto "whatevere it takes", deve tornare a essere il pifferaio magico per convincere i mercati, altrimenti le armi a sua disposizione diventeranno poche e anche caricate a salve in molti casi. 

 


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