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SPILLO/ Banche d'Italia: quattro errori, l'Esperto Estero e un paio di domande (a Repubblica)

Pubblicazione:mercoledì 30 dicembre 2015

Il presidente della Bce, Mario Draghi (Infophoto) Il presidente della Bce, Mario Draghi (Infophoto)

Ferdinando Giugliano - al suo esordio come sulla prima pagina di Repubblica, nella squadra del direttore designato Mario Calabresi - ha voluto cimentarsi subito sulle quattro risoluzioni bancarie che da un mese monopolizzano la cronaca e il dibattito. Un tema challenging, sfidante direbbero nella City: hot stuff, materia bollente e melmosa, verticale dal Quirinale all'ultimo obbligazionista tradito, istituzionalmente intricato, politicamente trasversale, capace di scuotere le cancellerie di un continente.

Il collega ha una trentina d'anni, è italiano ma ha studiato a Oxford e ha maturato la sua esperienza giornalistica quasi esclusivamente al Financial Times. Fin dal titolo ("Quattro errori sulle banche italiane") non sembra far molto per sfuggire al cliché dell'osservatore anglosassone, "apolide" di cose italiane. Lo fa con con garbo decisamente maggiore rispetto al suo ex collega Wolfgang Munchau, che non perde occasione di rammentare ai suoi connazionali tedeschi l'inesorabilità della loro dannazione storica. Ma se il periodare del neo-editorialista di Repubblica è più piano e fair, quella che analizza e commenta resta un'Italia che ha sempre torto e sempre per colpa sua.

Le risoluzioni bancarie, dice, sono state un guaio ben maggiore di quanto dicano le cifre: come non dargli ragione? "Il provvedimento va a toccare il risparmio privato, uno dei pilastri forti della malmessa economia italiana e un vero tabù per l'elettorato. Il coinvolgimento degli investitori scoperchia i rischi che un sistema del credito vulnerabile presenta per i cittadini, minandone la fiducia verso le banche e i regolatori. Infine, lo scontro tra il governo di Matteo Renzi e la Commissione europea sulla responsabilità delle misure contribuisce ad alimentare quel senso di perdita di sovranità che da anni spinge l'elettorato nelle braccia dei partiti euroscettici".

Non per questo Giugliano dà del tutto torto al governo: "Il paradosso è che il decreto appare nelle sue linee guida come un ragionevole compromesso fra tre vincoli: la dura realtà della finanza pubblica italiana; le nuove regole concordate con Bruxelles per limitare la socializzazione delle perdite bancarie; e le ragioni della politica che deve, ove possibile, tenere conto dell'impatto di misure drastiche anche su alcune minoranze, in questo caso gli obbligazionisti ordinari, salvati da risorse provenienti da altre banche e grazie a una garanzia della Cassa Depositi e Prestiti". Se è per questo a Renzi sul sussidiario abbiamo attribuito "errori" più radicali e gravi. 

Sul fronte di Bruxelles non è certamente scorretto notare (lo abbiamo fatto anche sul sussidiario alcuni giorni fa) che l'utilizzo del Fondo interbancario di garanzia dei depositi come veicolo-finanziatore delle risoluzioni presentava profili di anomalia. Ma l'articolo dimentica che la Commissione Ue non ha contestato questo, ma il presunto "aiuto pubblico" nell'intervento del Fitd. E su questo punto neppure dal collega di Repubblica giungono argomenti più sostanziali della constatazione lapalissiana di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera: se la Germania dal 2008 in poi ha potuto dispiegare imponenti aiuti pubblici per salvare le banche semiaffondate dal crollo di Wall Street è stato banalmente perché allora il bail in non c'era.


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