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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Così il Giappone ha fatto "flop"

Shinzo Abe (Infophoto)Shinzo Abe (Infophoto)

D'altronde, i dati parlano chiaro: i prezzi al consumo sono saliti solo dello 0,3% in ottobre su base annua, mentre l'inflazione core (che non calcola energia e alimentari) è fissa allo 0,7%. Certo, il Pil nominale appare in crescita robusta, ma questo va a impattare con l'altro lato della medaglia, ovvero una ratio debito/Pil che per il Giappone è in area 240% e l'Ocse ha già avvertito che potrebbe esplodere fino al 400% se non si darà vita a riforme strutturali necessarie, tra cui una maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro, visto che oggi la percentuale è al 49% del totale, stando alla Banca Mondiale. 

Altro baluardo cui Abe pare appigliarsi disperatamente è la zona di libero commercio denominata Trans-Pacific Partnership tra Giappone e altri 11 Paesi dell'area del Pacifico che dovrà essere ratificata entro due anni: l'accordo, stando alla volontà di Tokyo e alle nuove proiezioni presentate la scorsa settimana, dovrebbe aumentare la crescita economica di 3 punti percentuali, pari a 14 triliardi di yen (78 miliardi di dollari), quattro volte i calcoli iniziali del governo. Ma questo non serve ai cittadini nipponici, per i quali l'unica cosa che conta davvero sono il salario e lo standard di vita. E in tal senso, il premier Abe ha chiesto alla Confindustria nipponica di dar vita a sostanziali aumenti salariali nella sessioni di negoziati - definita "Shunto" - prevista per la prossima primavera. E come hanno risposto gli industriali nipponici all'appello del premier? Picche. Stando a un sondaggio compiuto da Reuters presso dirigenti di grandi imprese, infatti, solo 7 su 36 interpellati hanno detto che nel 2016 spenderanno più denaro per aumentare i salari per i dipendenti a tempo pieno, mentre nel caso dei lavoratori part-time nessuno ha previsto interventi al rialzo sugli stipendi. Insomma, se il governo sperava nell'aiuto dei privati per provare a ricacciare indietro l'ondata deflazionistica, ha suonato al campanello sbagliato. 

Per Yoshimitsu Kobayashi, capo della lobby degli imprenditori più potente del Paese, la Keizai Doyukai, l'esecutivo deve riporre nel cassetto le proprie speranze per un aiuto da parte degli imprenditori in tal senso: «Il governo sta sperando in salari più alti come parte della propria politica economica, ma come Keizai Doyukai, ovvero come associazione di cui fanno parte i dirigenti corporate di molte grandi aziende, posso dire chiaro e tondo che non intendiamo affatto dettare l'agenda ai nostri membri. Non saremo noi a dir loro cosa fare. Oltretutto, se le aziende non hanno denaro, mi appare normale che non possano intervenire al rialzo sulle dinamiche salariali dei dipendenti». 

E se Abe, oggettivamente, ha lanciato un vero e proprio appello alle tre maggiori organizzazioni degli imprenditori nipponici, suscitando in molti osservatori anche critiche per un eccesso di aspettative, dall'altra parte occorre ammettere che l'esecutivo si trova ad avere a che fare con "padroni" che oggi più che mai stanno beneficiando di condizioni di profittabilità - garantite anche dal governo - ma che preferiscono operare buybacks azionari o staccare cedole e dividendi (con annessi bonus), piuttosto che investire in CapEx, in ricerca e sviluppo o in aumenti salariali e premi di produzione per i propri dipendenti. Ovvero, miopia totale in una situazione di pre-ritorno in deflazione e quindi depressione conclamata dell'economia. 


COMMENTI
30/12/2015 - commento (francesco taddei)

l'unico capitalismo naturale è quello della scuola austriaca. lasciate stare i neokeynesiani di sinistra. che non conoscono Keynes e lo distorcono per farsi belli agli occhi della folla statalista.